Per caso... ( storia scritta su commissione)

di Maria C. Morabito

Per caso…la tua esistenza Era una sera di marzo, fredda, stellata. Pochi passi per strada nella via illuminata da qualche lampione. Andavo incontro alla vita, quella perduta da tanto. Stordita dall’emozione. Avevo il cuore in gola. Non poteva essere vero, da li a poco, avrei incontrato colui che mi ha sollevata dal fango, dato ai miei giorni futili, giorni senza tempo, il respiro. Arrivò in silenzio, le sue scarpe non facevano rumore sull’asfalto. Era alto, distinto, stretto nel suo cappotto. Le nostre mani gelide si strinsero, un bacio sulla guancia timido e fuggitivo, come riescono a darselo due giovani al loro primo amore! Le parole in quel tratto di strada si dispersero nell’atmosfera venutasi a creare. Imbarazzo, emozione, non riuscivamo a dare un senso. Perché ci eravamo incontrati? Cosa era scattato in noi? Rinchiusi ognuno nel suo stato di cose e pensieri compulsi, andavamo incontro alla mia abitazione, vicini l’un l’altro come forse non sarebbe accaduto mai più. La nostra conoscenza telefonica, ci aveva resi partecipi di spostamenti e, faccende quotidiane a tal punto da non considerare quasi, quello che stava accadendoci. Arrivati all’angolo, ritornò in me, la parola. Dovevo smorzare quella tensione, renderla meno pesante. Sollevai la mano e, indicai con l’indice dove si trovava la soglia di casa mia. Pochi passi ancora e avremmo sconfitto l’emozione. Un giro alla chiave ed eravamo dentro. Accesi la luce, non mi sembrava vero, la sua presenza nella casa che non sopporto da tempo rendeva, tutto più lieve. Cercai di guardare ogni cosa con i suoi occhi: i quadri alle pareti, i fiori contenuti nel vaso sul tavolo della cucina, le foto sparse in cornici d’argento nella libreria di quei tanti libri ancora da leggere. Quando il sogno prende forma, ha uno strano sapore, non vive di fantastica illusione, diventa irrequieto e, nello stesso tempo calmo come un mare d’estate. Vagammo per le stanze, volevo fargli conoscere dove trascorro ogni giorno della mia vita. Il letto dove dormo, il terrazzo dove stendo i panni, guardo le stelle e affido alla luna l’ultimo pensiero. Ora sapeva di più, aveva toccato con mano, respirato la mia stessa aria. I nostri occhi, ad un certo punto si incrociarono, non l’avevamo fatto ancora, forse per il timore di non scorgerci in modo diverso. Il nostro primo incontro era stato per caso, troppo breve, in un ambiente dove non ci era stato possibile scrutarci e portare in un secondo momento il ricordo di noi. All’improvviso con uno scatto mi abbracciò così forte che le ossa delle mie spalle scricchiolarono. Non avvertii il pavimento da sotto ai miei piedi. Mi ritrovai in alto, stretta tra le sue braccia come una bambola di pezza. In quel tenero e possente dondolio…la mia felicità! Non esisteva il soffitto sopra il capo, chiudendo gli occhi, avevo raggiunto la luna che ogni sera custodiva nel centro del suo petto i miei pensieri. Chiusi gli occhi e, rubai alla realtà il sogno, tutto si era invertito. Le nostre mani si cercarono, le labbra si unirono in un bacio tanto atteso. Mi chiedevo come avrei potuto vivergli distante. Accarezzai la sua nuca, i suoi capelli, il suo viso, volevo ricordare la sua forma una volta lontano. Provavo una tenerezza infinita. Era li, l’uomo, per cui pregavo Dio di mandarlo a me, si, avevo pregato ogni notte prima di addormentarmi, era certa che prima o poi il miracolo sarebbe accaduto. Dio è grande nella sua misericordia e, più volte aveva assistito alle mie isteriche e disperati sconforti per quell’amore che mi mancava e cercavo come il pane. Ora il miracolo era avvenuto, non poteva essere così crudele nel darmi quella felicità e poi riprendersela. I giorni della sua permanenza furono così pochi da non permetterci di stare insieme. Giorni di gioia, di dolore, di amore, distacco. Quando ognuno di noi riprese a vivere la vita quotidiana nella gabbia della stessa routine, distanti, per una forza maggiore, nuovamente si impossessò in me, la nostalgica sensazione dell’abbandono, ma ero consapevole che l’amore riconosce il richiamo, il suono delle voci, non può morire ai margini di una strada qualunque e ancora da percorrere. L’amore ha bisogno di bere alla fonte di quei cuori traboccanti di gioia, non bisogna calpestarlo, sconfigge le malattie, supera ogni barriera. Presto, avrebbe nuovamente percorso quella via fino a fermarsi sulla soglia della mia casa, io avrei percepito la sua presenza e, spalancando la porta, l’avrei stretto forte al mio cuore, perché chi ama ritorna sempre su suoi passi. E’ notte. Le righe si susseguono su questo foglio bianco imbrattato d’inchiostro, forse ancora una volta mi sono sbagliata, dovrei cambiare la fine a questo breve paragrafo di storia, ma voglio sperare ritorneranno altre stagioni meno fredde, dove la porta della mia anima sarà pronta a resistere a mille tempeste che si ripresenteranno prima di riabbracciare l’uomo capace di avermi soffiato dentro quell’amore perduto.

Pubblicato sabato 14 aprile 2018