La moglie del podestà

di antonella santarelli




In apparenza, per la famiglia del podestà era una giornata come tutte le altre. Sua moglie Fenisia, però, sentiva crescere ogni minuto di più l’ambascia che non le aveva fatto chiudere occhio l’intera notte. Quella mattina, con la corriera delle sette e mezza, arrivava dal paese la disgraziata di sua sorella con un piccolo fardello nascosto nello scialle di lana. Non tanto per riparare la creatura dal freddo, quanto per evitare che gli occhi e, soprattutto, le orecchie di qualcuno capissero di quale disonore si fosse macchiata la sua famiglia. Una svergognata, ecco cosa era la sorella: nubile, aveva partorito un bambino rifiutandosi di abbandonarlo, nonostante le pressioni perché accettasse di disfarsi di quell’ingombro, prima che fisico, sociale. Già, perché Fenisia era la moglie del podestà, la donna più potente e invidiata di quella misera e provincialissima cittadina, che tutti gli abitanti però consideravano il centro del mondo. La ragazza, dopo essere stata cacciata di casa dai genitori, le aveva chiesto di ospitarla. Lei aveva risposto immediatamente di no, poi, di fronte al pianto disperato della donna, aveva detto di sì, a patto che il piccolino fosse nascosto a tutti, compresa la servitù. La giovane madre sarebbe rimasta chiusa in camera con la scusa di un forte esaurimento nervoso che le impediva di sopportare la vista delle persone, che, del resto, era meglio che stessero alla larga da quella malata di nervi, imprevedibile nei comportamenti. Più che per i guai della donna, si era convinta ad architettare quella soluzione per i giudizi che immaginava venire fuori se si fosse saputo del figlio illegittimo della sorella. L’onorabilità dell’esemplare famiglia del podestà ne sarebbe stata minata per sempre. Il governo avrebbe potuto anche destituire suo marito dalla carica così prestigiosa ora che potere e ricchezza, nonché considerazione sociale, erano in costante aumento per i servitori fedeli dell’impero fascista, inebriato dall’avventura coloniale del momento. Non importava ad alcuno se, nel frattempo, si scimmiottava pericolosamente il Terzo Reich nella persecuzione di ebrei e oppositori del regime. Quanto a lei, non sarebbe stata più l’elegante e invidiata moglie del podestà, sempre al centro dell’attenzione nelle occasioni di gala, immancabile, come il notaio e il monsignore del paese, con la sua voce stridula e i modi affettati. Non poteva perdere tutto a causa di un figlio bastardo. Attendendo l’arrivo della sorella, con il solito sorriso sempre stampato, più simile a un ghigno, sulla faccia ingiallita nonostante i belletti spalmati, parlò alla servitù raccomandando la massima cura nella lontananza dalla sorella segregata. Di lì a poco, sarebbe entrato nella casa del podestà il piccolo Andrea, figlio del partigiano Valerio, nome di battesimo Marco.

Pubblicato domenica 8 aprile 2018