Ricordi.

di Bianca Fasano

Un nome, in una telefonata, li risvegliò. Cominciarono ad uscire lentamente dalla memoria, come se fossero tutti frammenti collegati che scivolavano fuori da un bicchiere a calice, simili alle bollicine eteree dello spumante. Era per una questione di lavoro, eppure quando la persona si presentò le venne fatto subito di chiedere: -"Montanari? E' un cognome che ricordo molto bene, quello di un medico caro amico di mia madre e di mia zia... Tullio? Le dice qualcosa?"- Risultò che sì, si trattava di un parente stretto. -"Il figlio è medico. Lui era fratello di mio padre, insomma, siamo cugini"- Immediatamente, come prima bollicina, sentì il solletico che le procurava la barba di lui, medico, quando le auscultava le spalle. Disse: -"Era molto più grande di me, io una bambina, lui aveva l'età di mia madre, più o meno"- Poi tornarono all'argomento della telefonata, tuttavia dentro di lei, scrittrice, qualcosa cominciò a ronzare, come sempre le accadeva quando "sapeva" che la circostanza fortuita, verosimile se non vera, si sarebbe tramutata in racconto. Verosimile, se non vero? Ma la storia, che non avrebbe mai e poi mai raccontata alla persona dall'altro capo del filo, era vera. Ecco: riuscì a rivedere la madre, con quel vestito molto elegante, ma non eccessivo, che aveva indossato alla prima comunione della figlia di quella che lei chiamava "zia Olga", sin da bambina. La gonna blu, il corpetto azzurro, in cui si inserivano, ritagliati e ricamati, miriadi di fiorellini col bordo blu. Le belle braccia della mamma ancor giovane, seppure l'aveva partorita a circa 36 anni e lei, nella foto(c'era una foto) ne aveva certamente almeno quindici. C'era zia Olga, sua madre, suo padre (che l'avrebbe lasciata troppo a breve), la piccola coi riccioli neri e l’abito da prima comunione ed il padre di lei. Ricordava le rare volte in cui si erano trovate a casa di questa zia, laddove il marito, magro, piccolo, si vedeva raramente. Come si chiamava la piccina? No: non lo ricordava. Forse Fiorella. Ma poteva trattarsi di una associazione mentale. Frasi, come bollicine scoppiavano nelle memoria e lei si ritrovava a riallacciarle e a rendersi conto che, sì, fin da piccola aveva capito che alle spalle di quella zia Olga c'era un mistero. Zia Elena (zia vera, la sorella della madre), doveva avere l'abitudine di parlare liberamente davanti a lei bambina, senza comprendere che i bambini hanno strane orecchie, munite di registratori e per le cose che non comprendono al momento, c'è poi un seguito in cui si riascoltano i ricordi, si collegano tra di loro, si comprende quello che non era stato compreso subito. Attenti, dunque, a ciò che si dice in loro presenza, o quanto possono, in qualche modo, ascoltare. Dunque: la piccola, molto carina, dalla carnagione scura, gli occhi neri, brillanti, aveva i capelli che crescevano gonfiandosi di riccioli verso l'alto. Fatto che costringeva la madre a tenerglieli corti. Raccontava la zia. A pensarci bene lo diceva come se fosse qualcosa che nascesse da un segreto, da un fatto che non doveva essere spiegato in quanto chi parlava sapeva che l'ascoltatrice (mia madre), avrebbe capito. Somiglianze. La mamma raccontava spesso di come lei stessa, piccola di statura e rossa di capelli, camminasse a braccetto con l'amica Olga, alta, bruna e riccioluta (a pensarci bene, cosa che spiegava, senza altri misteri i capelli della figlia e anche la carnagione e lo sguardo bruno). Correvano e "chi passa currenno nun o' vere" (chi passa correndo non se ne accorge), scherzava la mamma, ricordando quelle passeggiate amicali per le strade di Napoli in cui lei appariva elegante perché lei "si cuciva addosso" i vestiti con grande bravura, stretti in vita in modo da porre in luce i fianchi e il seno ma qualche volta li indossava non proprio finiti, per cui li fermava con "le spille di nutriccia" e nessuno se ne rendeva conto. Le spille che usavano le balie (e le mamme), per fermare i pannolini dei bambini. Spille di sicurezza le definiremmo oggi. Dovevano essere state davvero belle, così differenti, quelle due ragazze vissute ai primi del 900. Attiravano gli sguardi dei giovanotti. La mamma diceva: -"E' un bene camminare con una amica bella, si è guardate di più. Stupido essere gelose delle amiche belle, servono ad essere ammirate, specialmente quando sono diverse da noi."- Ma zia Olga aveva un segreto. Con questo torniamo alla telefonata e a quel Medico Montanari e alla sua barba che le solleticava la schiena. Lei aveva sette o otto anni, lui la visitava perché era stata ammalata, o lo era, forse, ancora. La sua figura alta si stagliava sotto la porta. Doveva essere un bell'uomo di cui in realtà ricordava ben poco oltre la barba, se non fosse stato, oggi, per le bollicine che si erano collegate e esplodevano nei ricordi. Diceva la zia alla madre, riferendosi all’amica comune: -"Porta con sé la figlia quando si va ad incontrare con lui, poi la fa uscire fuori il balcone e la lascia li."- Oggi comprende: la piccola ricciuta all'epoca doveva avere pochi anni, quindi non capiva (o avrebbe poi capito?). Eppure oggi si chiedeva con quale coraggio (o disperazione), una madre, per fare l'amore con quello che considera l'uomo della sua vita (forse anche il padre della bambina? La somiglianza? I capelli ricci? Il colorito?), chiude una piccola di circa quattro anni fuori al balcone? Di dove? Di una casa? Di un albergo ad ore? Ed era poi sposato questo Tullio Montanari? La figlia seppe poi di non essere nata da quello che considerava il padre? Ebbe modo di dialogare con il padre naturale? Ebbero modo di seguire l'uno la vita dell'altra? Lui di aiutarla nella crescita? Lei, oggi, non lo sapeva. Il padre della piccola vendeva scarpe. La casa era grande e vecchia. Lei, oggi, poteva rivedere chiaramente tutti loro grazie a quella foto nel vecchio album in cui si ritrovava elegante, ben pettinata, come in realtà poi non aveva mai amato tanto di essere. Che fine fecero poi quelle persone, scomparse si potrebbe dire, dalla sua vita (ovviamente da quella di sua madre), da un momento all'altro? La risata di zia Olga, il volto dalle gote gonfie, lo strano modo di parlare, intercalato di silenzi. Tutto scompare. Da qualche parte ci deve essere il ricordo di una morte. Quella di lei? Di lui? Del marito di lei? Non lo sa. Le bollicine si sono sgonfiate e non danno più volume ai ricordi. In ogni caso quella telefonata ha funto da ponte, riallacciando il presente con il passato, dando almeno una risposta:sì: anche lui doveva avere una famiglia, perché l'uomo al telefono aveva detto: - "Il figlio è medico come il padre." Che strano conoscere, dall'esterno, fatti così intimi di una persona che ci è passata a fianco senza quasi sfiorarci, se non nel ricordo di una visita medica alle spalle e di un insieme discontinuo composto con frasi percepite, che non erano state dette a te. Una storia per cui forse una moglie gelosa non ha dormito la notte, chiedendosi la ragione del marito distratto, sempre occupato nel lavoro. Sensazioni che certamente avevano reso perplesso un marito, le cui amiche della moglie, al suo arrivo, sembravano imbarazzate, tacevano per qualche momento e poi cambiavano argomento. Strappi nell'animo di una ragazzina, poi cresciuta con l'ambivalenza del sentirsi, sapersi, non essere certa di chi sia il padre, con ricordi infantili di un balcone, di un essere estraniata, di non comprendere il prima e il dopo dell'incontro e dell'avere ricevuto forse qualche caramella da quel bell'uomo che la madre incontrava e di cui -certamente- le era stato imposto che non dovesse fare cenno con il padre. La considerazione che poteva avere avuto per un padre che la cresceva, ma forse non era il suo e a cui doveva tacere qualcosa che intuiva grave. Strappi nell'animo di quella donna bruna che rideva, ma non doveva essere davvero felice. Poi c'era il vago ricordo di un altro figlio, più grande, il maschio malato di non si sa bene cosa e di come doveva avere vissuto nell'ambiente domestico non certo felice, in qualche modo aiutato dall’amico medico della madre. Di lui ricordava ben poco. Sofferenza, nascondimento, timori, bugie, amore, passione, stravolgimenti di vite. Tutto così vano, polveroso, finito. Marchi nei corpi, morti assieme a quelli, di cui non restano che bollicine di ricordi nell'animo troppo sensibile di una scrittrice che ha tutto appena lievemente sfiorato, pur avendo con la sua presenza e un breve scritto, dato loro una memoria. Bianca Fasano.

Pubblicato martedì 6 febbraio 2018