Intervista a Pietro Ratto, autore del libro "La scuola nel bosco di Gelsi"

di michela zanarella

Ecco uno di quei romanzi che bisogna assaporare con lentezza, lasciando che sedimentino nel nostro cuore e nella nostra anima. La scuola nel bosco di Gelsi, infatti, è la commovente cronistoria di un professore di filosofia che, a causa di un disguido ministeriale, si ritrova ad essere l’unico docente ad iniziare l’anno scolastico. In una simile situazione surreale, deciderà di insegnare ai suoi alunni nel modo sempre desiderato: libero da costrizioni didattiche e da imposizioni burocratiche. Abbiamo chiesto a Pietro Ratto di parlarci di quest’opera simbolica, intimamente anacronistica e inguaribilmente malinconica…

 Lei, oltre ad essere uno scrittore, è un professore di Storia, Filosofia e Psicologia. Allora vorrei chiederle quanto del professor Gelsi è in lei o, almeno, quanto si rispecchia negli insegnamenti che il protagonista vuole veicolare ai suoi studenti.

Eh, sì… In effetti mi ha beccato in pieno! Quel Gelsi è, per parecchi aspetti, una specie di mia controfigura. Un alter ego. Molte delle sue “lezioni” hanno preso forma pian piano, nel corso delle mie. Naturalmente, lui è più fortunato di me. Un’occasione come quella che capita a lui, in questo libro, io me la sogno!

 

Dal suo romanzo emerge un quadro desolante della scuola in Italia. Un non luogo dove gli studenti vengono indottrinati a seguire i dettami di chi detiene il potere, una scuola che insegna a farsi furbi, a vendersi per il punteggio più alto. Cosa può dirci in proposito?

Ho scritto tanto, a riguardo. Il mio sito, Boscoceduo.it, è nato proprio come forma di resistenza a quel sistema. Sono diciassette anni che lotto contro questa “Scuola dell’Autonomia” che, dall’alba del Terzo Millennio, si è via via imposta sull’Istruzione pubblica e sulla nostra cultura. Me ne ricordo con drammatica tristezza gli esordi...

Correva l’anno 2000. Attraverso centinaia di corsi abilitanti organizzati in giro per il Paese, il Ministero dell’Istruzione cominciò a diffondere un nuovo, gravissimo modo di far scuola. Un sistema, tra l’altro, dichiaratamente logoro e fallimentare, che proveniva dagli Stati Uniti.

Si trattava di un insieme di regole e principi espressi in un americanese davvero imbarazzante e tesi a imporre ai nuovi insegnanti un’idea di istituzione scolastica molto vicina a quella di un’azienda. Inclusi tutti gli accorgimenti finalizzati a “far colpo sulla clientela”, a render la scuola sempre più accattivante, sempre più semplice, sempre più “di manica larga”, svuotata di qualsiasi connotazione educativa. Mi ricordo l’impressione pessima che ho avuto, lo sconforto che ho provato, nel sentir equiparare implicitamente gli studenti a veri e propri clienti. Le espressioni lì per lì sinistramente inedite, come “saperi minimi”, “debiti e crediti”, “successo formativo”, che piuttosto velocemente si sono fatte strada nel nostro lavoro senza che, per la verità, moltissimi docenti si siano davvero resi conto della tragedia che via via si stava consumando...

Personalmente, durante quei corsi, ogni due minuti mi alzavo a protestare. Ma c’è voluto molto poco a passare davanti a tutti per l’attaccabrighe, o il visionario di turno. E così, tutto lo sfacelo che avevo intravisto, pian piano si è realizzato. Io, a dire il vero, ho pagato parecchie volte, con penalizzazioni sui risultati dei concorsi, perdite di punteggio in graduatoria, trasferimenti ostinatamente negati, tutto quel mio criticare l’allucinante sistema che stava prendendo forma.

Ecco. La cosa che mi sconvolgeva di più era la banalità. La banalizzazione che stava avanzando nel nostro sistema scolastico. Molto vicina a quel grigio “nulla” di cui parla Michael Ende nei suoi libri. Non dimenticherò mai la “lezione tipo” che una collega incaricata di tenere quello schifo di corsi propose a noi insegnanti di Filosofia. “Bisogna coinvolgere i ragazzi”, disse. “Quindi, se ad esempio volete tenere una lezione su Dio, siate moderni: cominciate con una domanda che li spinga a pensare. Per esempio, scrivete alla lavagna: Dio esiste? Dopodiché fate scaturire in classe un breve Problem Solving”. Cazzo! Migliaia di anni di ricerche e di ragionamenti vertiginosi. Millenni nel corso dei quali l’umanità si è scervellata, spaccandosi la testa sul dilemma dell’esistenza di Dio, su un mistero infinito con cui si sono misurati senza successo i migliori ingegni della nostra storia, e io che faccio? Io entro in classe, pongo la questione alla lavagna e me la cavo con un “breve Problem Solving”!

 

Gelsi è un idealista e, se vogliamo, un inguaribile segugio di utopie. Tra le sue riflessioni spicca quella di dare importanza al silenzio contro il frastuono della vita. Pensa sia possibile seguire, soprattutto per le generazioni più giovani, questo insegnamento?

Ritengo che questo messaggio sia estremamente urgente, ma mi rendo ben conto della difficoltà di poter essere accolto da questi giovani. Il nostro è il tempo della distrazione. I ragazzi non riescono a concentrarsi su nulla e le patologie collegate ai disturbi di attenzione si moltiplicano, a vista d’occhio. È l’era dei media, questa; dei cellulari e dei tablet costantemente sotto gli occhi. Nessuno riesce più a fermarsi, a spegnere qual diavolo di aggeggio e a guardarsi intorno, concentrandosi magari su un panorama, su un cielo stellato, su un tramonto o sulle parole di un amico.

Ci stanno rubando il mondo reale. E la scuola, con tutta la tecnologia e la multimedialità che continua a introdurre tra i banchi, non fa che incoraggiare questo turpe sistema. Che naturalmente conviene a chi gestisce il mercato, no? A chi i cellulari li produce e li vende, e che sempre più direttamente, soprattutto con la recente “Buona Scuola” e la sua inquietante “Alternanza scuola-lavoro”, sta riuscendo a gestire l’istruzione (sempre meno statale e sempre meno pubblica) attraverso finanziamenti privati mirati e per nulla disinteressati.

 

Estrema importanza nel romanzo riveste il rapporto fra il protagonista e suo figlio. Due monadi che, in un finale sospeso di struggente bellezza, forse riusciranno a trovare un punto d’incontro…

Sì, questo libro intende anche dare il suo contributo alla difficile situazione delle famiglie italiane di oggi. Soprattutto relativamente a quella dei padri divorziati, come il mio Gelsi, sistematicamente penalizzati da leggi e sentenze che danno per scontato che la dissoluzione di un nucleo familiare sia sempre e solo una loro responsabilità e avvantaggiano, quindi, quasi sempre le madri.

Padri costretti ad assistere impotenti alla progressiva distruzione del proprio rapporto coi figli senza riuscire a farci nulla...

 

Un’ultima domanda riguarda l’amore del protagonista verso la natura, in ogni sua forma. Quell’amore che, secondo Gelsi, è alla fonte di tutto…

Eh, sì. Ecco che ritorna il suo Bosco. Il mio Bosco! La scuola che Gelsi ha in mente, e che giorno per giorno cerca di mettere in pratica, nasce lì, tra le sue piante, durante le sue passeggiate nella natura e le sue appassionate meditazioni in mezzo agli alberi. Da ogni meravigliosa, felice e limpida forma di vita (la vita di tutti gli animali e di tutte le piante, mai costretti - come invece accade a noi uomini - a fingere e a tradir se stessi), scaturisce un Amore sublime, palpabile, inesauribile, che costituisce l’unica vera forma di energia di cui abbiamo bisogno per riappropriarci della nostra smarrita umanità.

Tornare alla Natura, tornare al silenzio di un Bosco, davvero costituisce l’ultima carta che ci resta da giocare.

Pubblicato venerdì 24 novembre 2017