DIO DI ILLUSIONI - Donna Tartt – Rizzoli

di Daniela Marras

“Dio di illusioni”, romanzo pubblicato nel 1992 col titolo “The Secret History”, è la prima opera di Donna Tartt, diventata poi famosissima col celebre “Il cardellino”.

Anche “Dio di illusioni” ha riscosso parecchio successo e, ri – pubblicato in Italia di recente, il romanzo merita, a mio avviso, una segnalazione e un invito alla lettura per chi non lo conoscesse.

Voce narrante è Richard Papen, “californiano di nascita e anche ... di carattere” che, a diciannove anni, dopo aver abbandonato la facoltà di medicina per iscriversi a quella di letteratura, con grosso disappunto del padre e della madre. mal sopportando la sua città e i suoi genitori, lascia Plano, e si trasferisce nel New England per frequentare l’Hampden College, nel Vermont.

Il college di Hampden era stato fondato nel  1895 ed era considerato “Progressista. Specializzato in materie umanistiche. Altamente selettivo”.

Richard arriva a destinazione “con due valigie e cinquanta dollari in tasca”. Il posto gli appare subito “come un paese di sogno”.

Avendo studiato greco per due anni, mentre frequentava la facoltà di medicina, decide di riprendere questi studi ma, quando lo comunica al suo consigliere didattico, questi gli dice che non sarebbe stato facile e cerca di dissuaderlo.

Il corso di greco antico infatti era tenuto da un solo insegnante, Julian Morrow, “molto esigente riguardo ai suoi studenti”. Ciononostante Richard non si scoraggia.

Raccoglie informazioni sul professore e gli vengono fornite “ogni sorta di notizie, contraddittorie ma affascinanti: che era un uomo brillante, un imbroglione, che non aveva alcuna laurea, che era stato un grande intellettuale negli anni Quaranta, amico di Ezra Pound e di T.S. Eliot; che il suo patrimonio di famiglia gli derivava dall’essere stato azionista di una banca, o all’inverso, dall’acquisto, durante la Depressione, di proprietà ipotecate e non riscattabili; che si era sottratto al servizio militare in qualche guerra (sebbene cronologicamente ciò non tornasse); che aveva legami con il Vaticano, con sovrani deposti in Medio Oriente, con la Spagna franchista”. Rifiutato con garbo dal professore, Richard comincia ad osservare lui e il suo piccolo gruppo di allievi, in giro per il campus. Quattro ragazzi e una ragazza. Vengono presentati nelle prime pagine del romanzo: belli, in modo diverso l’uno dall’altro, provenienti da famiglie agiate, particolari: Henry Winter, Bunny Corcoran, Francis Abernathy e i due gemelli Charles e Camilla Macaulay. A Richard appaiono irraggiungibili, l’unica cosa che li accomunava era la conoscenza del greco antico. Eppure, quando il suo interesse cominciava gradualmente a scemare, vede i ragazzi in biblioteca e, incuriosito dai loro discorsi in tema di “casi” in una versione in greco, si avvicina e propone la sua soluzione. I ragazzi, incuriositi, si presentano, al corrente del suo tentativo di essere ammesso a far parte del gruppo, finché Bunny gli suggerisce di recarsi ancora dal professore portandogli dei fiori e dicendogli di amare Platone. Richard così fa e il docente, questa volta, lo invita ad entrare. Il ragazzo resta “incantato” dai suoi discorsi, sedotto dalla sua conversazione finché il professore gli dice che sarebbe stato “lieto” di prenderlo come allievo.

Fin qui la narrazione sembra profilarsi come quella di un cosiddetto “romanzo di formazione”, come anche farebbe presupporre una delle citazioni che introducono l’opera. È una frase de “La repubblica” di Platone: “Venite dunque, e trascorriamo un’ora dilettevole narrando storie, e la nostra storia sarà l’educazione dei nostri eroi”. In effetti la storia potrebbe richiamare alla memoria, per certi aspetti, le vicende de “L’attimo fuggente” se non fosse che, quanto sopra riportato in sintesi, è preceduto da un prologo che lascia profilare sviluppi inaspettati e inquietanti.

“La neve sulle montagne si stava sciogliendo e Bunny era già morto da molte settimane prima che arrivassimo a comprendere la gravità della nostra situazione. Era già morto da dieci giorni quando lo trovarono, sapete. Fu la più grande battuta della storia del Vermont – polizia dello Stato, FBI, persino un elicottero dell’esercito; il college chiuse, la fabbrica di colori ad Hampden serrò i battenti, la gente veniva dal New Hampshire, dal nord dello Stato di New York, addirittura da Boston.

È difficile credere che il semplice piano di Henry potesse aver funzionato tanto bene, nonostante tali eventi imprevisti”.

Questo è l’incipit del libro. Il prologo si conclude con le seguenti parole di Richard: “Suppongo che  a un certo punto, nella mia vita, avrei potuto narrare un gran numero di storie, ma ora non ve ne sono altre. Questa è l’unica storia che riuscirò mai a raccontare”. E quella che racconta Richard è la “Secret History” del titolo originario.

Il prologo parrebbe essere fin troppo rivelatore ma, alla fine, risulta non esserlo. L’autrice sembrerebbe aver detto tutto ma non è così: il prologo incuriosisce e, pungolo della narrazione, spinge ad andare avanti per vedere come si riaggancia alla conclusione. Un finale che, forse solo parzialmente, risulta essere catartico ma comunque non delude.

Gli sviluppi della vicenda richiamano alla memoria, sotto certi aspetti, “Il Signore delle Mosche” di William Golding, in cui un incontaminato paradiso terrestre si rivela essere uno stato di natura in cui “homo homini lupus”.

Soprattutto però l’opera, non per niente suddivisa in “Libro Primo” e “Libro Secondo” (oltre al prologo), richiama, a mio avviso, il celeberrimo romanzo di Fëdor Dostoevskij “Delitto e castigo”, almeno quanto a spunti e sviluppi narrativi e specificamente con riguardo agli aspetti e ai mutamenti emotivi, fisici e mentali dei protagonisti, senza che ciò tuttavia tolga originalità alla “Secret History” di Donna Tartt.

Buona lettura!

 

Pavia,  12 novembre 2017                                 

 

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