Jadransko More

di antonella santarelli

Jadransko More


Ivan da bambino aveva sognato a lungo il mare. Desiderava vederlo fin da quando, in tempi lontani, ne aveva scoperto l’esistenza grazie alla cartolina giunta da una coppia di parenti in viaggio di nozze: evento eccezionale perché nessuno aveva l’abitudine di inviare cartoline di saluti alla sua famiglia. Jadransko More, Mare Adriatico, era il laconico nome in croato dato al paesaggio raffigurante una folta pineta su una lingua di sabbia dorata accarezzata dal blu cobalto. Ivan per giorni aveva ammirato quel paesaggio, prima che scomparisse in una scatola di cartone in cui la madre custodiva foto e documenti ritenuti degni di attenzione. Come il suo certificato di battesimo e la croce consegnata dal prete quando aveva partecipato per la prima volta al rito della comunione. La religiosità della sua famiglia era tanto grande, quanto la povertà della gente del piccolo villaggio in cui viveva. Tutto ruotava intorno ai riti e alle cerimonie religiose.


Ivan ricordava spesso la sua infanzia, mentre guardava i biondi tedeschini che serviva in quell’hotel internazionale sull’isola della Dalmazia. Una delle poche isole abitate, sicuramente una delle più note. L’albergo di internazionale aveva solo il nome perché tutto era studiato e predisposto per avventori tedeschi: in particolar modo la cucina, tragicamente insopportabile per i pochi italiani che capitavano in quella struttura. La lingua ufficiale era il tedesco: il croato, l’idioma locale, era usato solo dalla gente di servizio. Ivan lavorava ai tavoli e in cucina, per dieci ore al giorno. Nel sabato libero, poteva concedersi una passeggiata sul lungomare, tra quei pini che lo facevano fantasticare da piccolo. Passeggiava tra bagnanti e bancarelle e spesso si soffermava a salutare Petro, quando questi non era impegnato ad accompagnare i turisti nel giro dell’isola. Petro era stato suo ufficiale fino a pochi anni prima, nelle truppe di prima linea sul fronte bosniaco. Un soldato ritenuto valorosissimo e coraggioso agli inizi della guerra, per trasformarsi nel tempo, insieme a tanti altri croati, ma anche a bosniaci e a serbi, in sanguinario giustiziere di inimmaginabili crudeltà viste e narrate. Il giustiziere che si trasforma in carnefice.

La mutazione era avvenuta in Ivan, in Petro e in chissà quanti altri valorosi guerrieri, difensori di identità religiose e nazionali. Una scheggia aveva deturpato il bel viso di Ivan. Proprio sotto l’occhio destro, la cicatrice tirava verso il lato superiore della faccia. Ma non erano solo Petro e la cicatrice a riportarlo indietro nel tempo: era soprattutto la festosa allegria dei bambini in vacanza. La sua mente registrava il loro chiasso durante le ore di lavoro per restituirglielo, poi, nei momenti di tranquillità. La passeggiata settimanale era uno di questi. Ivan, fra i turisti distratti, sentiva il sangue pulsare, il malessere crescere e la fronte bagnarsi di sudore. Affrettava il passo e poi iniziava a correre, sempre più velocemente, con quelle grida di bambini che rimbombavano dentro la sua testa e che lo inseguivano, più veloci delle sue falcate.

Altre voci e urla strazianti comparivano inesorabilmente, lacerandolo senza tregua in quella corsa impazzita lungo la riva dello Jadransko More. Avrebbero accompagnato per sempre i ricordi  dei  bambini terrorizzati che scappavano verso il campo minato dietro la minaccia dei fucili dei soldati, valorosi difensori dell’identità religiosa e nazionale.

Pubblicato sabato 21 ottobre 2017