Quel sottile fil rouge

di Lucia Guida

Arrivo nei pressi dell’ospedale parcheggiando all’ombra a una distanza ragionevole dal suo ingresso. È un pomeriggio assolato e caldo, per strada c’è poca gente. Decido di andare al reparto di radiologia e senologia seguendo un percorso inusuale ma finisco col perdermi e tornare indietro, nonostante da almeno cinque anni mi rechi con puntualità a quest’appuntamento di inizio estate.
Alla fine entro in un ambulatorio qualsiasi e decido di rivolgermi a un’operatrice che trovo dietro uno sportello.

- Mi scusi dovrei fare una mammografia e un’ecografia bilaterali in intramoenia … -

La ragazza mi sorride. È giovane e ha capelli ricci e biondi.

- Segua la linea gialla e ci arriverà senza sbagliare.

Rincorro la linea gialla con la stessa precisione che usavo da bambina quando mi intestardivo a camminare per strada sui bordi di pietra dei marciapiedi, stando bene attenta a non calpestare gli interstizi sottili che dividevano un lastrone dall’altro. Il percorso è tortuoso, più lungo del solito, ma arrivo  al reparto con facilità. La mia prenotazione per la mammografia è per le 16,30, quella per l’ecografia è fissata alle 17,20, quasi un’ora dopo. Mi accodo a un’altra paziente che ha bussato alla porta di Senologia e la radiologa mi dice di aspettare qualche minuto. Una volta dentro mi chiede, al solito, se ho precedenti in famiglia ( due, una zia materna a cui ero molto affezionata che ora non c’è più e una paterna che ha avuto qualche anno fa lo stesso problema ma per fortuna senza recidive ). Se ho allattato. Sì, l’ho fatto per otto mesi per la mia prima figlia e per nove per il secondo. Se ho mai subìto operazioni. Poi un altro paio di domande di routine. Alla fine sono fuori ad attendere con pazienza il mio turno che però non tarda ad arrivare. La mammografia dura solo qualche minuto ed è un po’ più fastidiosa del solito.
Decido di andare nel reparto adiacente per segnalare a un’infermiera che sono presente anche per l’ecografia e torno nella prima sala d’attesa per ritirare il mio referto. Nel frattempo ho fatto amicizia con una signora di qualche anno più grande di me. Mi racconta di essere stata operata e mi fornisce notizie utili sui medici che lavorano in reparto. Ci scambiamo qualche informazione sulla rispettiva prole. Lei mi parla dei suoi nipotini, io di mia figlia che studia medicina all’università e del mio ‘piccolo’ alle prese con l’esame di maturità. Lei è lì per un controllo che le hanno fissato d’ufficio. La lascio davanti alla sala per le ecografie e torno sui miei passi per il mio referto. Mi infilo gli orecchini e rimetto al polso l’orologio dando uno sguardo alle pazienti che sono presenti: un paio sono in coppia affiancate da mariti o amiche, la maggioranza è sola come me. Ciascuna porta la propria cartellina col materiale da esibire prima dell’esame. Scambiano chiacchiere d’occasione in cui trovano posto informazioni di tipo familiare, personale e medico. Qualcuna è alle prese con uno smartphone. Qualcun’altra aspetta silenziosamente. Mi ricordo un articolo di nove anni fa letto in una community di blogger di cui facevo parte in cui l’autrice, malata di cancro, dava una descrizione meravigliosa delle mani di tutti i pazienti assieme a lei in attesa di essere visitati in un ospedale. Non faccio più parte di quella piattaforma ma prima di andarmene via e trasmigrare virtualmente altrove ho tentato di leggere altri suoi post non riuscendovi. Il blog era fermo da tempo senza aggiornamenti. Guardo le donne che aspettano fiduciose il proprio turno prima di recarsi in stanza per eseguire la mammografia o di ricevere un nuovo dischetto che porteranno via con sé. Immagino tante storie. Un permesso chiesto al datore di lavoro per recarsi in ospedale, dei figli piccoli che ti aspettano a casa di un’amica perché hai dovuto organizzarti per non portarli con te. Perfino una mammografia più dolorosa del solito diventa un invisibile fil rouge per legare donne che non si sono mai incontrate prima e che stemperano la loro ansia attraverso un’autoironia leggera che sa di solidarietà. A poco a poco la platea si assottiglia, restiamo io e la paziente da me incontrata al mio arrivo. Prendo il mio referto e decido di cambiare postazione visto che è quasi ora dell’ecografia. L’altra mi segue in una sorta di tacito accordo. Qui l’attesa è un po’ più lunga e la trascorro appoggiata a un muro; non ho più voglia di sedermi nella grande sala d’attesa adiacente, oramai vuota. Voglio solo tornare a casa a prepararmi per andare a cena con i colleghi in serata. La fila scorre lenta e io e la mia compagna di   ventura ci lasciamo andare nuovamente a racconti e a chiacchierate al femminile. Vengo chiamata per prima e faccio il mio esame. Al termine l’ecografista mi rassicura che la situazione è invariata, che quella cistina minuscola è lì e probabilmente scomparirà con la menopausa. Sono nuovamente in sala. Saluto la signora operata baciandola sulle guance. Ciascuna di noi augura il meglio all’altra. Due ore di attesa ci hanno rese molto più vicine di quanto, a volte, non accada nel corso di un’intera vita tra persone con dimestichezza maggiore.

All’aperto mi accolgono il frinire delle cicale e la calura opprimente e umida tipica di questa città di mare.
Cammino verso la mia macchina con un passo che è leggero e ponderato al tempo stesso. So che ho ancora  tempo davanti a me e ne sono felice. Probabilmente è questa la ragione che mi invita a non sprecare neanche un nanosecondo di questa vita che potrebbe da un istante all'altro e  per tutti diventare più breve di un refolo d’aria. 

Lucia Guida

ph. credit: pinterest.com

Pubblicato domenica 2 luglio 2017