"La pioggia prima che cada" - Jonathan Coe - Recensione

di Daniela Marras

 

“La pioggia prima che cada” non è il più recente romanzo di Jonathan Coe.

È stato pubblicato infatti, per la prima volta, dieci anni fa ed io ne ho letto la sesta ristampa (di aprile di quest’anno) di Feltrinelli.

È un libro che mi è piaciuto tanto e di cui mi fa piacere proporre la lettura, anche a chi già conosca l’autore.

 

L’inizio del libro potrebbe adattarsi bene pure all’atmosfera che si respira al giorno d’oggi, stando alle notizie che diffondono TV e mezzi di comunicazione in generale.

 

Squilla il telefono: Gill, che era in giardino con suo marito Stephen, va a rispondere.

“Sthepen si girò sentendola arrivare. Nei suoi occhi lesse cattive notizie e il pensiero andò subito alle figlie: ai paventati pericoli del centro di Londra, alle bombe, ai tragitti in metro e in autobus che da comune routine si erano trasformati in scommesse con la vita e con la morte”.

 

C’è da riflettere se, da quando uscì il libro, poco o niente sembra essere cambiato al riguardo: sono passati dieci anni ma le parole di Coe paiono scritte assai di recente e suonano attualissime.

 

La cattiva notizia che Gill porta al marito però non ha a che vedere con le paure di Stephen: la zia Rosamond è morta all’età di settantatre anni. Stephen non può fare a meno “di provare una vergognosa ondata di sollievo”.

 

Gill si reca nello Shropshire, dove viveva Rosamond, per organizzare il suo funerale. Incontra Philippa May, la dottoressa che aveva trovato morta la zia che aveva in cura e con cui Gill si era tenuta in contatto.

La zia era morta mentre il giradischi era in funzione, con un microfono in mano collegato ad un registratore a cassetta antidiluviano, col tasto della registrazione ancora premuto. Vicino a lei una pila di cassette e degli album di fotografie.

 

Quanto al suo testamento, “Rosamond ... aveva diviso la sua proprietà in tre parti: un terzo ciascuno ai suoi due nipoti, Gill e David, e il rimanente terzo a una sconosciuta, o quasi ... Si chiamava Imogen”.

Chi è Imogen? Gill ricorda di averla incontrata più di vent’anni prima e di non averne più saputo niente.

Si dà subito da fare per rintracciarla, aiutata anche dalle sue figlie: spedisce lettere, mette annunci su giornali e riviste, ricorre ad Internet. Invano: le ricerche risultano infruttuose.

Gill aveva una ragione particolare per ritrovare Imogen: la zia Rosamond ha infatti lasciato un biglietto per Gill in cui le chiede di consegnare dei nastri registrati proprio a Imogen. Nel caso le sue ricerche fossero state vane, Gill avrebbe potuto ascoltare le registrazioni.

 

E così, dopo mesi senza traccia della ragazza, Gill decide di ascoltare i nastri con le sue figlie Elizabeth e Catharine.

Sempre più incuriosite e ammaliate, ascoltano la voce della zia che, sentendosi vicina alla fine dei suoi giorni, si rivolge a Imogen.

Le vuole parlare di sé, degli accadimenti che l’avevano portata nella sua vita e che l’avevano allontanata da lei.

Allo scopo, tra le centinaia di foto che aveva conservato, ne sceglie venti: un numero ragionevole per illustrarle scene di vita e ricordi. Foto che Rosamond vuole descrivere dettagliatamente perché Imogen sappia che aspetto avessero le persone che l’avevano preceduta, le case in cui vivevano, i posti che visitavano.

 

Gill e le sue figlie, partendo dalla descrizione di una foto della fine degli anni trenta, fino alla ventesima foto, quella della festa dei cinquant’anni di Rosamond (quando Gill aveva incontrato Imogen bambina) vengono trasportate nel passato, rapite dalle parole e dal racconto della zia che, con delicatezza, nostalgia, note di rimpianto, rammarico e pietas, rivive i giorni e gli accadimenti che furono, con tutte le paure, le gioie, i sentimenti vari che li accompagnarono.

 

Perché Rosamond voglia illustrare le fotografie nei dettagli per Imogen, l’autore lo rivela nelle prime pagine e non ne fa mistero: Imogen è cieca.

                              

Ma perché fosse scomparsa dalla vita di Rosamond, perché fosse cieca, i legami e le connessioni esistenti nelle loro vite, lo si scopre nel corso della narrazione.

Lascio al lettore il piacere di questa scoperta.

 

Ho trovato questo romanzo gradevolissimo e profondo allo stesso tempo.

Un Jonathan Coe magistrale!

 

Buona lettura!

 

Pavia,  17 giugno 2017                                   

 

 

 

 

Pubblicato domenica 18 giugno 2017

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