Gaetano e i delfini

di antonella santarelli



Il sole creava giochi di luce con gli angoli di rifrazione più impensabili, come le paratie tirate a lucido e i vetri dei pescherecci. L’effetto d’insieme era un luccichio abbagliante che si disperdeva in infiniti rivoli, tutti confluenti nel grande e immenso bagliore del mare illuminato dai raggi mattutini.

Gaetano era uscito di casa anche quel giorno indossando  la maglia che gli operatori della Riserva Marina gli avevano consegnato a mò di divisa durante le gite in barca con i turisti ai confini dell’area protetta. Per lui, indossare quella maglia equivaleva a mostrare uno status che finalmente gli veniva riconosciuto all’interno del porto, dove era cresciuto e dove tenacemente, come un’ostrica sulla roccia, aveva impiantato la propria esistenza.
Emigrare in Germania o al nord era stata la soluzione più frequente adottata dai suoi coetanei al momento di programmare la vita adulta: lui aveva evitato di andarsene perché sentiva di non farcela fuori dai confini portuali che costituivano l’universo di chi, come lui, aveva intrecciato la propria vita con le acque limacciose di quel canale. Tutti coloro che erano rimasti avevano la sensazione di avere superato le prove più dure scaturite dalla scelta di rimanere, ora che i pescherecci erano stati rinnovati grazie agli aiuti ricevuti e la riserva stava attirando molti più turisti che in passato.

Si risvegliò che era ancora buio con un dolore forte alla testa. Lentamente capì che era riverso sulla battigia con i vestiti inzuppati. Le immagini scorrevano come flash: la bambina che gridava durante il giro in barca con i genitori, terrorizzata alla vista del delfino squarciato; lui imbarazzato di fronte alle domande dell’intera famiglia, il povero animale che mostrava al cielo il suo ventre aperto con precisione chirurgica. Sapeva benissimo che erano stati i pescatori, da sempre infuriati contro i delfini accusati di allontanare il pesce o di mangiarsi i totani… Decise di entrare in azione: si sentiva pronto per affrontare coloro che, come lui, traevano con fatica da quel mare le risorse per campare e non lo rispettavano come avrebbero dovuto.
Li avrebbe attesi la sera stessa al momento in cui uscivano per la battuta notturna. Le argomentazioni da utilizzare gli erano ben chiare: negli incontri con gli operatori dell’area marina aveva sufficientemente maturato la convinzione della tutela del mare e delle sue creature. Avrebbe anche minacciato di denunciare gli autori di nefandezze come l’uccisione del delfino scoperta durante il giro in barca.

Andò subito dai pescatori che immaginava avessero squarciato il povero animale, colpevole di attingere cibo da quelle acque. Erano conosciuti nel porto per il loro modo di fare rozzo e selvatico: lo fecero parlare e lo invitarono a salire nell’imbarcazione. Una volta a largo, presero a picchiarlo colpendolo con pugni e calci, deridendolo: “A cù denunzi? Chi voi? U mare bellu, u deffinu… Sti minchiate nun fannu campari, u capisti?” Per Gaetano era chiarissimo, invece, che sarebbero state le uniche cose capaci di far campare il mare e la povera gente come lui e quei pescatori: capì, in un istante, che il sapere è pericoloso quando si scontra con l’ignoranza altrui.
Ma, in quel momento, gettarsi in acqua per tentare di raggiungere a nuoto la riva costituiva l’unica azione da compiere.

Pubblicato mercoledì 22 marzo 2017