Clochard

di antonella santarelli

Clochard


Alle prime luci del giorno si svegliava con le effusioni della bestiola, a cui ogni mattina, prima di ogni altra cosa, procurava acqua pulita. Con le gelate notturne, l’operazione diventava sempre più complicata. Per il pranzo, che spesso coincideva con cena e colazione, avrebbero pensato assieme più tardi. Prima, c’erano da sistemare i loro giacigli nella periferia est della città, nel capannone abbandonato dopo il fallimento della fabbrica di ricambi.
Era stata una grande fortuna trovare quella sistemazione, lontana sia dai campi coltivati che dall’insediamento urbano. Anche la stazione era distante e altri, senza dimora, avevano perciò scartato quel posto troppo lontano da tutto e da tutti. Lui no, aveva capito che lì poteva trovare una sua sistemazione, finalmente solo e immerso in un angolo di natura che attendeva rassegnata di essere trasformata in strade e parallelepipedi, tutti uguali e tristi. Da quanto tempo era lì, non se ne rendeva conto, né tanto meno gli interessava: ascoltava e riconosceva il passare delle stagioni dai colori e dagli odori. Intensissimo quello che annunciava la primavera, anche se c’erano  neve e freddo intenso. L’odore arrivava pian piano, all’improvviso, e diventava sempre più penetrante per poi confondersi a lungo con gli altri circostanti. Era quello, per lui, il periodo più bello dell’anno per la temperatura mite, per la luce che prolungava il giorno e un battito più allegro nel cuore. A volte, camminava a lungo per raggiungere il refettorio dei francescani, in città, dove sedeva accanto ad altri e mangiava in silenzio, guardando i frati e ascoltando le frasi, molto di convenienza, dette dagli altri commensali, presi anch’essi da una sorta di signorile imbarazzo per quella condivisione del pranzo in un limbo sospeso tra la città chiassosa e i loro spazi silenziosi.
Il suo amico cane aspettava tranquillo fuori, sapendo che il padrone gli avrebbe portato da mangiare.
Le giornate trascorrevano così, con pochi imprevisti, ascoltando i suoni della campagna e i rumori attutiti della città, di cui scorgeva all’imbrunire, la nuvola di smog che la sovrastava. Nel canneto, si divertiva a riconoscere i volatili e quando tutto taceva, cercava di controllare respiro e pulsioni per non guastare il silenzio assoluto che magicamente avvolgeva quell’angolo di paradiso.

Il silenzio era la sua dimensione naturale: nel silenzio poteva ascoltare le voci che gli facevano compagnia e soprattutto la sua voce, abbandonandosi ad essa senza timori e titubanze. In piena tranquillità, assaporava la pace interiore. Era questa una sensazione di cui a lungo aveva immaginato l’esistenza, senza, però, riuscire a cogliere, neppure intuitivamente, il modo in cui raggiungerla. Poi, in quella notte, aveva capito che stava per compiersi qualcosa di straordinario e irreversibile nella sua esistenza. Era stata una giornata uguale alle altre che l’avevano preceduta da quando era stato licenziato: Fiorenza, sua moglie, gli aveva lasciato sul tavolo la lista delle cose da comprare. La spesa era diventata la sua principale incombenza domestica, il compito di cui tutti, in famiglia, si aspettavano il pieno e doveroso adempimento. Cercava di farla nel miglior modo possibile, raffrontando, nei vari supermercati, i prezzi nell’acquistare i prodotti preferiti dai suoi.

 Eppure, in quella giornata, così uguale a tutte le altre, qualcosa doveva aver fatto scattare in lui un impulso che gli impediva di addormentarsi e rendeva la sua mente straordinariamente lucida e acuta. All’improvviso, immagini e volti – familiari e recenti – si alternarono a ricordi più antichi, scorrendo sempre più velocemente nella memoria, come una moviola impazzita che scarichi, rapidamente e senza alcun criterio, i fotogrammi che possiede. Ogni tentativo di arrestare il flusso indomito dei pensieri cadeva nel vuoto e alla fine aveva lasciato scorrere quelle immagini, ponendosi nei panni di spettatore della sua vita che ora gli restituiva frammenti e flash uniti in un mix di cui sconosceva la regia. Di fronte a visi da tempo seppelliti nella memoria, avrebbe voluto soffermarsi, ma quel febbrile scorrere non gli permetteva di cogliere pienamente i ricordi suscitati, per qualche secondo, o anche meno, dalle visioni in rapida sequenza. L’alba era arrivata e stremato, ma con grande determinazione, aveva atteso che uscissero tutti. Un’occhiata alla lista della spesa, come sempre sul tavolo della cucina, e se n’era andato, sapendo che non sarebbe più tornato indietro.

 

Il racconto è pubblicato nell'ebook Clochard

Pubblicato sabato 11 marzo 2017