Nostalgia

di M.Carla Renzi

"Tu, ragazzina seduta sulle scalette, stai composta, a nonno, chiudi le gambe e stai attenta alle vergogne!", e io, senza neppure capire proprio bene cosa volesse dire, diventavo subito rossa come un peperone. Quella ragazzina ero io, e mio nonno mi sorvegliava come fosse il custode delle mie virtù, mentre in realtà era un calabrese nato nell'ottocento. Sembrava che lo facesse apposta ad uscire dal suo piccolo laboratorio dove teneva tutti i suoi attrezzi, proprio quando io, stanca per i giochi sfrenati con i miei fratelli, mi lasciavo andare in posizioni molto poco eleganti.

Da tutti noi nipoti, egli era considerato il gran capo della casa, mentre nostro padre lo era della famiglia, e questa distinzione era dovuta al fatto che nostro nonno, una volta  avuto il risarcimento dallo Stato, aveva voluto assolutamente costruire una grande casa in campagna, dove poter avere intorno a sè tutta la numerosa famiglia che continuava a crescere senza sosta.

Nostro nonno Alberto ripeteva spesso che avendo avuto la grazia di vedere ritornare viva la sua unica figlia dal bombardamento di San Lorenzo, era strafelice di averci rimesso, in cambio, il villino di Anzio, ridotto in briciole da una bomba durante lo Sbarco degli americani. Lui, poi, riusciva sempre ad ottimizzare le negatività, perciò, ottenuto il rimborso per i danni di guerra, subito volle acquistare quel nuovo terreno negli anni del dopoguerra, quando tutto era difficile ma tutto era possibile.

La grande casa, circondata da un giardino scosceso da un lato, fu completata quando io avevo già cinque anni ed ero una bambina magrolina, biondissima e apparentemente delicata, che nei giochi con i tre fratelli maschi non era da meno di loro adattandosi a tutti i loro giochi spericolati. Insomma ero un'ottima mascotte, sicuramente migliore di Giovanni, il piccolo, piagnone e guastafeste.

La prima volta che misi piede oltre il grande cancello di ferro grigio, sorretto da due colonne massicce con sopra due piante di agave, camminai sopra una palanca da muratore messa a coprire un lungo scavo per i tubi dell'acqua.

"Mi raccomando, bambini, statemi vicini...che se vi fate male chi lo sente poi vostro padre?", ci ammoniva la mamma che non aveva resistito dal portarci lì prima del tempo. Come fosse oggi, ricordo le finestre ancora senza persiane, i pini piccoli piccoli, sorretti ognuno da tre filagne,  ma, soprattutto, la buca profonda piena di calce viva, bianca lucente e pericolosissima, vicino alla quale Orazio gettava palate di pozzolana su una rete fittissima per togliere il grosso e poter procedere all'impasto.

Quanto mi piacque tutto questo, tanto che ho ancora nel naso l'odore della calcina fresca, della terra smossa, del sudore di Orazio! Tutto ciò, per me, bambina cittadina, significava lavoro duro, ed  era una realtà del tutto sconosciuta.

Quando un anno dopo, chiuse le scuole, arrivammo a Risaro, fu proprio Orazio ad aprirci il cancello, ma quel giorno indossava una canottiera bianchissima, nuova, addirittura profumata, come lì era tutto nuovo e profumato.

La casa su due piani di tipo mediterraneo, con copertura a terrazzo ed una torretta in uno degli angoli, subito si riempì di  richiami, di risate e di corse su e giù per le scale, sia interne che esterne. All'interno era già tutto ammobiliato in modo semplice. Sui letti erano stesi i materassi di crine, molto freschi per l'estate che arrivava. La stanza da pranzo apriva le sue finestre sul terrazzino d'ingresso e lo Studio con il pianoforte  era stato collocato al pian terreno. Ma il luogo più importante della casa fu subito la cucina: un ambiente quadrato, molto grande, con un tavolone gigante al centro, ed una porta finestra che dava direttamente sulla parte retro del giardino e, proprio per  la sua posizione centrale, in quel luogo pieno di odori e colori, dove mia madre avrebbe preparato verdure a non finire e la grossa Amalia avrebbe riempito grandi teglie di arrosti o di dolci, il via vai dei nonni e dei ragazzini era instancabile. Inoltre, una o due volte a settimana, noi piccoli avremmo dovuto portare giù, all'unico forno del  luogo, i tegami preparati, coperti dai canovacci a quadretti rossi o blu.

"Si vve casca 'na teja, regà, è mejo si nun tornate pé gnente a casa...chiaro?": ricordo le minacce di  Amalia che  brandiva la cucchiarella di legno ancora unta, ma non ricordo che mai sia accaduta quella disgrazia tanto temuta, mentre in processione, noi quattro, avanzavamo cautamente per la discesa di terra battuta sconnessa, tra le poche case in costruzione.

Per tutti i bambini della famiglia, quella è stata certamente la casa della felicità, dove i piccoli crescevano insieme ai cani, alle galline del pollaio, ai rospi dell'orto e alle cavallette saltellanti sotto il sole d'estate. Mai conosciuta la noia nella mia infanzia!

Quando per caso la nostra creatività si affievoliva, ecco che capitava si elevasse un  urlo nella camera di Giulio: "A mà, mammaaa!", seguìto da uno sbattere violento di una porta e subito uno scalpiccìo doppio attraversava il corridoio..."Se ti acchiappo... fermo, fermati...se ti acchiappo...!", si sentiva nostra madre gridare alle spalle del figlio fuggitivo che, d'un balzo, saltava a piè pari le scalette dell'ingresso fino al giardino sottostante, cercando di guadagnare abbastanza distanza dalla genitrice, e riuscire quindi a nascondersi fino alla sera, quando, dovendo lei servire la cena, avrebbe soprasseduto alla vendetta per la scarsa voglia di studiare di quel ragazzo.

E la nostra inventiva non si fermava certo davanti all'anziana nonna seduta di vedetta ogni pomeriggio nel salottino di vimini, vicino alla fontana dei pesci rossi, convinta di sorvegliare noi quattro ed i nostri amichetti, mentre invece eravamo noi a sorvegliare lei, così come ci era stato raccomandato.

Così, un giorno, nella sua borsa piena di pezzi di carta, foglie secche e caramelline ammollate, facemmo scivolare una piccola lucertola spaurita. Tale fu il suo spavento al vederla che neppure gridò ma sussurrò appena: "Alberto!" e si accasciò su un bracciolo, bene incastrata nella sola poltrona che potesse contenere la sua voluminosa corporatura.

Non si è mai saputo come avesse fatto a sentirla, ma subito apparve nostro nonno al suo fianco: "Maria!", la chiamò e la fece riavere, guardando noi con occhi truci.

Avevamo un solo divieto, quello di giocare sotto la finestra dello Studio di nostro padre, però qualche volta ci capitava di dimenticarlo, magari convinti che nostro padre non fosse a casa. Purtroppo proprio lì c'era lo spazio sufficiente per le partite di palla a volo, per cui non era raro che egli uscisse all'improvviso dalla sua portafinestra con gli occhi spalancati e roteanti e ammollasse uno scapaccione al primo di noi che gli capitava a tiro. Però a me, mai!

E mentre da quel lato della casa, le note diffuse dal pianoforte di mio padre, suonate da lui stesso o dai suoi allievi, ci legavano tutti insieme e per tutta la vita, dall'altra parte, dal lavatoio dove Amalia sbatteva i panni dopo averli tenuti a mollo nella lisciva calda, da cui si sprigionavano i fumi della soda per sbiancare, la voce acuta della donna si alzava verso gli alberi da frutta e verso la pergola dell'uva: " Canta si la vòi cantà, gira si la vòi girààà!".

Intanto gli anni scorrevano insieme alle stagioni e, per un bel pò di tempo, noi rimanemmo a vivere lì non solo d'estate. Intorno alla nostra casa, ne crebbero altre, al fornaio si affiancarono altri negozi e infine fu costruita anche la Chiesa. Piano piano il paese mangiò la campagna e noi non potevamo più scapicollarci con le biciclette giù per le strade ormai asfaltate, sì, ma anche più pericolose. Ormai anche noi avevamo la Giardinetta, con cui si andava perfino al mare, oltre che tornare quotidianamente in città per raggiungere le scuole. E non solo, ormai avevamo il forno in casa, la lavatrice per i panni, il frigorifero Bosch e il Televisore con dentro Rin Tin Tin; ricordo il famigerato Tubo Catodico, passibile di esplosione, addirittura, ma venerato da noi e dai vicini che in talune sere si riunivano nella nostra camera da pranzo trasformata in un  piccolo cinema.

Forse fu lì che ci colse l'Asiatica, perchè ci prese tutti in un colpo solo, costringendo nostra madre a girare armata di siringa di vetro tra i nostri letti, almeno due volte al giorno, spingendo avanti a sè il carrello degli antipasti  sul quale, ahimè, aveva  sistemato due o tre contenitori di alluminio dove aveva sterilizzato vetri ed aghi, la boccetta dell'alcool e il pacco dell'ovatta, oltre ad altri medicinali. Noi dovevamo collaborare preparando i nostri sederi bene esposti e subìre senza fare un fiato.

Anche grazie alle letture di Topolino e Tiraemolla, ci salvammo tutti, e la nostra infermiera tornò a dormire nel proprio letto, lasciando la poltrona del corridoio.

L'anno della grande nevicata che ci isolò per più giorni, insieme al nostro bellissimo pupazzo di neve, determinò delle scelte diverse nei programmi della famiglia, accelerati dal fatto che i miei fratelli più grandi stavano affrontando le scuole superiori e che nostra madre era stanca dell'andirivieni tra campagna e città anche se, insieme a mio fratello Piero, proseguiva instancabile ed appassionata la cura del pollaio con tutte le varie età dei gallinacei, comprese le chiocce con le uova da covare; quella era davvero la sola cosa che la distraesse dopo il lavoro, i figli, i genitori, il marito, i parenti, la casa etc etc etc...

Affidammo quell'amata casa ai nonni che avremmo ritrovati ad ogni nuova estate, ma  non avremmo  ritrovato più il fresco sapore dei frutti colti dagli alberi, nè quello fine dei pinoli tolti dalle pigne cadute sulla ghiaia del viale; il friccicore sotto la pelle all'arrivo della Befana che riempiva dei regali più favolosi lo Studio, tutto intorno al grande pianoforte nero; l'abbraccio dei cani; il calore dei miei bagni di sole sul terrazzo, non vista da nessuno e men che meno da mio nonno; le cadute rovinose dalle biciclette; i piccoli bisbigli con l'amichetta attraverso la rete che ci divideva.

I sapori, gli odori, i suoni e i sentimenti di cui sono stata inondata in quei pochi anni sono rimasti tutti bene attaccati alla mia pelle, ma dalla parte interna, dove nessun sapone può raggiungerli e lavarli via. Infatti non sono svaniti e neppure sbiaditi, e  anche se oggi la  nostra casa è inaccessibile, quelli stanno tutti lì dietro il cancello dove li ho lasciati l'ultima volta., prima di partire per sempre.

Pubblicato martedì 28 febbraio 2017