Ti ho vista che passavi in bicicletta

di M.Carla Renzi

Tutti i giorni, con il caldo o con il freddo, all’una spaccata ero lì, sulla strada della collina, a guardare da lontano casa nostra.

Da quel punto preciso, tra una siepe di mortella e altri cespugli spontanei e incolti, cresciuti lungo quel viale alberato, riuscivo a vedere il nostro balcone al terzo piano, proprio quello sul retro, al quale io stesso avevo costruito una bella tenda contro il sole penetrante delle prime ore che ti dava tanto fastidio. A me piaceva, invece, soprattutto quando, su quel terrazzino, ti spazzolavi i lunghi capelli neri lucidi che mandavano riflessi blu.

Per settimane ho sperato di vederti uscire lì fuori per stendere i panni, magari, o per prendere la scopa dall’armadietto. Invece niente, tutto era fermo.

La porta finestra restava chiusa dietro la grata e la tenda a righe gialle rimaneva arrotolata contro il muro. Nessuno apriva mai le sedie pieghevoli e le poche piante erano da tempo ridotte a zeppi secchi.

Perchè sperare nell’impossibile?

Continuavo ad andare lassù a cercare da lontano almeno delle risposte.

Te n’eri andata, ormai era chiaro, mentre per me tutto si era fatto scuro.

Ma quello che mi rodeva di più era che non mi avessi detto neanche una parola sulle tue intenzioni, come fossi il tuo peggior nemico.

E’ finita, hai capito? E’ finita!”...parole come sberle in faccia.

 L’ho trovata nella nostra camera, mentre finiva di riempire la sua valigia rossa, quella grande. Sul letto erano pronti il suo impermeabile e la borsa, vicini alla sacca delle scarpe.

Ma, che stai facendo? Dove vai? E poi perché, cosa è successo? Non capisco…!” mi affannavo con le parole, non sapendo veramente da che parte prendere la faccenda.

Ah, se per te va bene, per me no. Me ne vado. Non ho intenzione di spiegarti ancora”.

Senti, prendiamoci tempo…non so…riflettiamo!”.

No, basta, credimi, è meglio così! Te l’ho già detto, credo di non amarti più, e non è colpa di nessuno…succede”.

La mia mente non formulava idee, forse perché non avevo concetti all’interno. Ero immobile, senza neppure sentimenti, mentre lei prendeva le sue cose e, percorso il corridoio, si tirava dietro la porta d’ingresso.

Rimasi lì dentro per qualche giorno, non so quanti, fino a che qualcuno mi tirò fuori e mi portò altrove a respirare.

Da allora cominciai ad appostarmi vicino alla mortella, all’insaputa di tutti, nella pausa pranzo.

Passarono mesi lunghi come anni.

La casa rimase vuota perché neppure io ci ero voluto ritornare, però mi rendevo conto che una decisione andava presa, ma come fare da solo?

Non sapevo neppure dove lei fosse, oppure non lo volevo sapere. Ma quello che mi colpì, quando cominciai a pensarci con un po’ di ritrovata lucidità, era che nessuno dei nostri conoscenti aprisse bocca su di lei. Era come se non fosse mai esistita tra noi, e tutte le nostre vite continuavano senza che, apparentemente, nessuno si accorgesse di questa assenza. Devo ammettere però che il grande silenzio intorno a me ebbe il merito di portarmi altrove, in un territorio lontano dove potessi dormire e riposare.

La morsa di dolore con cui il mio cuore conviveva ormai da tempo, un pò per volta si allentò, fino a sgusciare via scivolando in basso fin sotto ai piedi e poichè se ne stava laggiù, riuscivo a non avvertirla anche se sapevo che non se ne era andata via del tutto. Solo così un giorno, finalmente, potei riaprire la porta della nostra casa e ridare aria alle stanze.

Passò più di un anno e io ancora non sapevo che fare con questa casa e tutte le cose in essa contenute. Non vivevo lì perchè ero tornato a dormire nel mio lettino di ragazzo. Solo ogni tanto andavo ad aprire le finestre e a togliere la polvere che si era depositata nel frattempo. Tutto era rimasto al suo vecchio posto e non mi accorgevo che quel luogo stava diventando il mio sepolcro. Lo curavo e lo pulivo con devozione più che con amore.

Quando uscivo di lì, mentre richiudevo ben bene dando tutte le mandate alla serratura, mi sentivo di aver fatto il mio dovere anche per quella volta, avendo controllato tutto e avendo perfino ritirata la posta. Ma un giorno mi accorsi che la volta precedente non dovevo aver chiuso veramente bene, visto che la porta si aprì con un solo giro di chiave.

Qualche tempo dopo mi avvidi di aver dimenticato di abbassare le serrande delle finestre, non tutte almeno, infatti quella del salotto era rimasta alzata. E ancora, un'altra volta, ritrovai accesa la luce dell'ingresso. Mi stava succedendo qualcosa, secondo me, così pensavo!

Quella sera, con la testa sprofondata sul cuscino, poco prima di cadere nel sonno senza coscienza, in quel vago dormiveglia in cui godi perfino di lasciarti andare nella sfera sconosciuta di te, fui colpito al cuore all'improvviso da una botta del vecchio dolore che avevo quasi rimosso. Era risalito fulmineamente lungo i muscoli delle gambe, dei glutei, della schiena, fino a penetrare vilmente nel cuore, da dietro, attraverso i polmoni. Spalancai gli occhi nel buio rimanendo sconcertato: la stavo forse dimenticando?

La mia apatìa meccanica fu scossa da quella possibile realtà che non volevo, non volevo accettare assolutamente! Schiacciai di nuovo la testa contro il cuscino, premendovi gli occhi pieni di lacrime.

Qualche giorno dopo, respinto di nuovo quel turbamento crudele, mi ritrovai a sorridere per un nonnulla, e subito avvertii un senso di libertà gioiosa. Mi guardai intorno, ma non c'era niente che giustificasse questo sentimento per me inusuale: lo stesso traffico per le strade, gli stessi negozi aperti, la stessa fila davanti al cinema. Gente come me, indaffarata nelle proprie cose. Eppure ero sicuro di stare vivendo una nuova leggerezza.

In quel mentre, dall'altra parte dell'incrocio, in mezzo ai pedoni che attraversavano al semaforo verde, vidi allontanarsi una bicicletta bianca, con una valigetta sulla ruota posteriore, proprio identica a quella sua. La guardai imbambolato mentre si allontanava. Un impermeabile color fucsia svolazzava di qua e di là come un mantello, ad ogni pedalata. Anche quello era come il suo. Sicuramente era lei.

Era lei, ma dove andava? Quella era la direzione verso la nostra casa!

Mi ritrovai a correre, correre il più velocemente possibile al suo inseguimento. Ad ogni passo i piedi schiacciavano violentemente la mia amarezza tra le suole e l'asfalto ma, con mia sorpresa, una sorta di fresco piacere mi invadeva carezzando tutto il corpo e sciogliendo la vecchia oppressione.

Mi sentivo bene. La corsa staccava dal corpo i residui del vecchio malessere, come sfogliandone una pellicola rinsecchita i cui brandelli si perdevano nell'aria dietro di me. Avevo voglia di rigenerarmi e non sentivo più la paura di restare da solo.

Arrivai sotto il nostro palazzo. La bicicletta era appoggiata nell'androne. Mi fermai al bar di fronte, ansimante e dubbioso sul da farsi. Mi sentivo agitato. Non volevo che mi vedesse così, sudato e trafelato. Mi sedetti dietro la vetrina e ordinai un caffè. Intanto guardavo in sù mentre, al terzo piano, la serranda del salotto si alzava del tutto e la finestra veniva spalancata. Dopo dieci minuti me ne andai via.

La vidi altre due o tre volte entrare nel portone, sempre nello stesso giorno ed alla stessa ora. Alla fine mi decisi e mi feci trovare accanto alla sua bicicletta quando ridiscese dall'appartamento.

" Ciao – sussurrò vedendomi – come stai? Quanto tempo...!".

" Ciao – la salutai tranquillamente – ho visto che passavi in bicicletta mentre venivi qui!".

" Speravo di incontrarti...!":

" Ah, non credevo! - tagliai corto – comunque ora devo andare...!".

" Così di corsa? Non mi dai neppure due minuti?".

" Non posso: sono troppi!".

E con un sorriso le feci un cenno di saluto mentre aprivo il portone e uscivo di lì, affrontando la vita della città.

Pubblicato venerdì 3 febbraio 2017