Nena delle torte

di Lucia Guida

Una donna d'altri tempi, professionista nel mestiere più antico del mondo. Un paesino in cui tutti sono pronti a contare le foglie di ogni albero che cadono in autunno. Un destino che pare segnato sin dall'inizio. La libertà, tutta femminile, di andare comunque per le vie del mondo a testa alta. Questo e molto altro è la 'Nena delle torte', un mio racconto breve per gli amici di LiberArti.
Buona lettura e a presto.

                   

     
                   

 

                  Nena delle torte

 

              La chiamavano la Nena delle torte.

Abitava in una delle ultime casupole del paese, una costruzione dal tetto basso e i muri bianchi tinti a calce come usava una volta, protetta da tegole fermate da massi di pietra, per evitare che folate gelide di vento invernale le facessero volare via come petali sfioriti di rosa canina di cui era disseminata la campagna. Viveva da sola con un gatto nero guercio dal pelo rado che amava accompagnarsi a una gatta tigrata. Di ritorno dalle loro scorribande feline era lui a entrare per primo in casa, seguito dall’altra con cipiglio sfrontato. Alla padrona di casa non restava che farli accomodare servendo gli avanzi messi da parte durante la loro assenza.
La Nena delle torte era sulla quarantina o poco più. I suoi anni li portava bene e con una certa fierezza. Del resto erano il suo biglietto da visita, la sua propaganda a buon mercato. Le procacciavano i clienti che selezionava dalla fauna maschile locale con scrupolosa severità.

Se poteva evitava quelli accompagnati. Le rovinafamiglie non le erano mai piaciute sin da quando da ragazza era stata separata dal padre, scappato via con la moglie del fabbro. Dopo aver toccato con mano l’irreversibilità della situazione sua madre era impazzita dal dolore, decidendo anch’ella di fuggire ma in modo diverso. Un giorno si era alzata all’alba e aveva pensato bene di gettarsi in un pozzo abbandonato in uno dei campi del circondario. Di lei si era persa traccia fino a quando un cacciatore non ne aveva scoperti i poveri resti allertato dal suo bracco, insolitamente agitato, che non ne voleva sapere di lasciare la circolarità muschiata di quel sepolcro improvvisato.

Il fatto che preferisse i celibi agli ammogliati non la metteva, però, al riparo dall’astio e dal rancore delle giovani compaesane, impegnate e non, che si permettevano il lusso di guardarla con scherno e alterigia se capitava che s’imbattessero in lei per le vie tortuose del borgo.

La domenica era sua usanza andare a messa con il capo coperto da un fazzoletto rosa sfumato ponendosi in fondo alla navata centrale senza avere nulla a pretendere se non quello di giovarsi della parola di Dio, lei che si sentiva a pieno titolo sua creatura, ascoltandola ai confini del mondo in atteggiamento dimesso ma non rinunciatario.
Buona parte dei roccolani la snobbava ma a lei pareva importare poco. Si difendeva dai loro pregiudizi prendendo senza batter ciglio il compenso ricevuto per i favori concessi; ricambiandolo, tuttavia, sempre con un dolce cotto nel forno a legna costruito da suo padre nel cortiletto di casa prima di lasciare lei e sua madre per la bella Faustina. In genere erano torte o crostate di frutta speziate alla cannella. Nena le impastava con una tempistica perfetta rispetto agl’impegni di lavoro presi perché potessero essere pronte per quel momento. Amava essere avvisata con un certo anticipo dai suoi aficionados per i loro rendez-vous. Quando ciò accadeva preparava e cuoceva le sue prelibatezze e poi le metteva a raffreddare sulla panchina di pietra al lato della porta d’entrata, difendendole da Guercio e dalla corte degli animali randagi del luogo con le buone e con le cattive.
Ogni donna di Rocca Pizzuta storceva il naso al profumo persistente di cannella temendo il peggio se era fidanzata o aveva qualche pensiero d’amore per la testa. Sapeva che quella sorta di alchimia speziata, che raggiungeva ogni anfratto del borgo nei momenti più impensati, avrebbe potuto toccarla da vicino segnando in qualche modo il suo destino.

Nena non voleva sistemarsi anche se quella vita condotta con indolenza e naturalità, per qualcuno amorale e riprovevole che, tuttavia, non metteva a repentaglio nessuno in maniera drastica, scandalizzava. Alle paesane non era sufficiente la sua mancanza di senso di possesso: la rifuggivano come la peste, si segnavano al suo passaggio oppure se erano accompagnate preferivano rivolgere lo sguardo all’uomo che avevano di fianco, controllando che non la cercasse con gli occhi per richieste mute ed eloquenti.

Eppure a lei la solitudine non pesava, neanche nelle notti più cupe di maestrale. Reputava di gran lunga una buona scelta quella di non legarsi a nessuno per non doversene amaramente pentire in seguito. Al bottegaio i soldi guadagnati con la sua arte non dispiacevano e al medico condotto, anzianotto, che la conosceva da bambina, non procurava fastidio che gli si rivolgesse in caso di bisogno. Delle donne non aveva una grande considerazione dal momento che due di loro avevano contribuito a segnare irrimediabilmente il suo destino. Faustina l’aveva privata a vita dell’affetto di suo padre, sparito dopo averla salutata con un bacio distratto sulla fronte di cui conservava un ricordo dolceamaro. Sua madre non si era comportata meglio, voltandole le spalle e preferendo farla finita piuttosto che convertire in energia positiva il suo dolore per crescerla e aiutarla a fronteggiare la buona e la cattiva sorte.
La sua bellezza prorompente aveva fatto il resto allontanandola dalla popolazione femminile locale. Era a quel punto che Nena, con sfida e coraggio, aveva deciso di farsi delle regole proprie.

Ci era riuscita. Un codice di comportamento che poteva, forse, non piacere ma che la metteva al riparo dalla malinconia e da molti inutili sensi di colpa.
C’erano uomini del paese che, dopo averla visitata, esibivano fieri le sue dolcezze fragranti di forno. E altrettanti che preferivano lasciarle davanti alla porta di qualche poveretto sicuro che non le disdegnasse. Alla fine c’era un margine di guadagno per tutti. E la sua dignità di donna, grazie a quel baratto lungimirante, era più che salva.
Se qualcuno avesse potuto sbirciare attraverso la vetrina della sua porta di casa, semiaperta specialmente d’estate, avrebbe assistito a una magia.
Nena amava ammassare su una tavola di legno al centro della stanza, illuminata da una lampada che pendeva dal soffitto schermata da un tondo di metallo verniciato di bianco che di sera l’avvolgeva in un confortante cono di luce.
Poneva al centro della spianatoia la farina, misurata a occhio col pugno di una mano. Seguivano lo zucchero, pesato con lo stesso sistema, il burro a pezzi, una presa di sale e bicarbonato e l’immancabile cannella. Le uova le rubava di soppiatto alle due gallinelle che allevava in un piccolo recinto dietro casa per proteggerle dalla protervia delle faine.

Quando Nena ammassava pareva una forza della natura.

Le sue braccia lavoravano gli ingredienti con vigore, forza e speranza. Ce la metteva tutta per fare in modo che la farina, refrattaria all’abbraccio di burro e uova, si amalgamasse con loro al punto giusto.

Non si fermava neanche se un soffio di vento dispettoso penetrava dalla porta e, sentendosi imprigionato, si vendicava sollevando polveri bianche di varia consistenza e sapore che lei cercava di domare e ricompattare in un composto uniforme su quella tavola antica che era stata di sua madre e prima ancora di sua nonna; tramandata di generazione in generazione per propiziare le qualità muliebri di famiglia.

Poteva capitare che un sottile velo di farina si poggiasse sulla credenza e sulla testata scura del letto matrimoniale, ricoprendo tutto di una patina impalpabile che se ne andava in modo definitivo soltanto dopo un’operazione di spolvero accurato. Farina e zucchero volteggiavano per la stanza con leggerezza e lei non si dispiaceva per tutto quel ben di Dio che andava irrimediabilmente perso. In quegli istanti si sentiva una sorta di magàra, di strega buona, e continuava a lavorare il composto che, quella sera, acquistava un sapore diverso, più etereo.

Come per incanto l’incontro in programma andava sempre a buon fine, lo si sarebbe quasi potuto definire un appuntamento d’amore. Il cliente apprezzava la sua pelle setosa profumata di aromi e appena zuccherina. Si divertiva a togliere dal suo corpo morbido e invitante ogni eccesso degli ingredienti di cui lo scirocco l’aveva cosparsa indugiando con la punta di un dito prima di portarsela alla bocca. Con una deferenza che lei gradiva e premiava concedendosi fino a quando lui decideva di assaporarla.

Nena poggiò sul centro di filet della madia la sua crostata, preparata per il barbiere, suo cliente abituale, che stavolta l’avrebbe raggiunta a un orario inusuale, alle prime luci dell’alba del giorno successivo.

Quella sera il Guercio e la Rossa avevano fatto ritorno da lei all’improvviso.

Lei si era sentita come una madre che accoglie il figliol prodigo e li aveva fatti subito entrare. Poi si era stretta nel suo scialletto di mussola di lana, quello usato in estate sulla biancheria intima leggera, e li aveva osservati con tenerezza dividere il loro magro pasto prima di riprendere la via verso il fulcro del paesello, il fianco scarno di lui accanto a quello sinuoso di lei.
I grilli frinivano con intenzione e lei li ascoltò per un po’, fissando la luminosità di un quarto di luna crescente attraverso una finestrella non schermata dalle persiane come di consueto.

Si sentiva libera come solo le creature abituate a sopravvivere grazie alla generosità della natura sanno essere.

Il pensiero della bella stagione che stava per finire la sfiorò appena lasciandole in corpo un retrogusto di tristezza. Si rasserenò pensando all’oro rosso della faggeta che avrebbe sostituito il verde intenso della vallata con discrezione ripromettendosi di frugare quanto prima con insistenza i cespugli di more nella boscaglia per raccoglierne i frutti maturi.
La sua ultima torta estiva andava preparata con i tesori più preziosi, fortunato l’uomo che se la sarebbe portata via con sé assieme al miele dolce della sua sensualità.
Il vento di scirocco continuò a soffiare e i rami d’acacia a muoversi contro il buio per aiutarlo a stemperare la luce del lampione di strada, mentre gli ultimi sentori di cannella si spandevano impudentemente per quel pugno di case in collina.
Nena sapeva che quel vento carezzevole avrebbe portato la pioggia e giornate grigie dall’andamento lento ma decise di concentrarsi su quell’istante magico e sulla sensazione perfetta di essere stata vestita dal destino con un abito difficile da indossare che, tuttavia, le andava a pennello. Mentre continuava a stupirsi dell’aria tiepida e della notte chiara e calma, stanca ma appagata dalla giornata appena trascorsa, quella notte stabilì di concedersi a Morfeo senza troppe storie e con un sorriso, sicura del fatto che lui, da gran signore qual era, non ne avrebbe approfittato.

Lucia Guida



 

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Pubblicato lunedì 10 ottobre 2016

PAROLE CHIAVE: Narrativa, Racconti