Voci Partigiane - Simona Teodori

di Luana Troncanetti

 “Noi”, questa parola conclude le 130 pagine di Voci Partigiane.

“Noi”, pronome personale di genere indistinto. Ed è il perno dell’intero romanzo.

 “Avrei voluto esser nata nel 1942 per vivere la Seconda Guerra mondiale, ma tanto il militare non l’avrei fatto perché sono donna” La terrificante gaffe di una ragazza candidata a Miss Italia, inevitabile che mi tornassero in mente le sue parole. Mi ronzavano in testa durante la lettura, mosche ignoranti alimentate dagli stereotipi.

Gli uomini in guerra a combattere. Le donne a casa, a piangere i morti.

Un falso storico alimentato da quanti ignorano la nostra storia. O, magari, un’occhiata fugace a un libro l’hanno anche data; peccato che i  testi scolastici non riservino grandi spazi al concetto di collaborazione fra i due sessi.

Le staffette costituirono un ingranaggio importante della complessa macchina dell'esercito partigiano. Senza i collegamenti assicurati dalle staffette le direttive sarebbero rimaste lettera morta, gli aiuti, gli ordini, le informazioni non sarebbero arrivati nelle diverse zone. Delicato e duro, quasi sempre pericoloso era il loro lavoro; anche quando non attraversavano le linee durante il combattimento, sotto il fuoco del nemico, dovevano con materiale pericoloso, talvolta ingombrante, salire per le scoscese pendici dei monti, attraversare torrenti, percorrere centinaia di chilometri in bicicletta o in camion, spesso a piedi, non di rado sotto la pioggia e l'infuriare del vento. Pigiata in un treno, serrata tra le assi sconnesse di un carro bestiame, la staffetta trascorreva lunghe ore, costretta sovente a passare la notte nelle stazioni o in aperta campagna sfidando i pericoli dei bombardamenti e del tedesco in agguato. (da Secchia, Moscatelli, Il Monterosa è sceso a Milano, G. Einaudi Editore)

Fra le staffette, e questo se lo ricordano in pochi, c’erano moltissime donne.  

Voci Partigiane ci rammenta, e ce n’è ancora tristemente bisogno, di quanto le donne abbiano lottato a fianco dei loro compagni. Di quanto sia storicamente errata l’immagine delle femmine vittime di stupri e lutti. Passive, disperate e smarrite nell’orrore di una guerra combattuta prevalentemente con muscoli e ferocia tutta maschile.

I rapporti amicali e l’amore sono trasfigurati, frullati e scomposti da necessità, urgenze e compromessi che snaturano l’essere umano.  La Teodori sa miscelarle perfettamente in un romanzo composto da quattro racconti che si intrecciano in un filo comune. Dipinge la resistenza partigiana con incisività e passione. Non scade mai nella retorica spicciola, non scende a patti con una narrativa facilotta: quella della fragilità umana, femminile o maschile che sia, quella che crea più pathos e strappa lacrime a go go.

Tenera e commovente in molti tratti, la sua scrittura mantiene sempre una lucidità senza fronzoli. Uno su tutti, a mio gusto, l’episodio di Lupo che stringe fra le mani un frutto di castagna: è di una poeticità devastante. La narrazione è rapida e potente, ci accompagna in modo vivido fra boschi, paura e sangue. Freddo, nevischio, vento gelido, fame. La senti tutta quella fatica.

E’ una storia di scelte, di parti da assumere. E il tratto più sorprendente, la storia d’amore e di patteggiamento fra La Rossa e Il Nero, ce lo descrive al meglio Teresa Vergalli nella prefazione di Voci Partigiane:

In mezzo al dramma collettivo nasce un dramma privato che resiste alle differenze. Sono le due sponde del fiume che impediscono l’esondazione, che tutelano gli uni e gli altri. Una storia che commuoverà, insolita e dolce. Nella realtà sarebbe bello, anche se insolito e non dolce, riuscire a intendersi tra sponde opposte per salvare tutti: da una parte e dall’altra.

Il perché questo libro vada assolutamente letto ve lo faccio raccontare da una delle sue tante voci: “Vi assicuro che è tutto vero, anche se è fantasia. Io che in quella avventura ci sono stata davvero, mi è sembrato di rivivere tutto.” Teresa Vergalli, staffetta partigiana.

 

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