L'abbraccio dell'ombra

di M.Carla Renzi

Non mi accorgo di schiacciare sotto di me la mia ombra con il mio passo; il mio peso la fa gemere ma io non la sento. Non ascolto e quindi non sento. Non guardo e quindi non vedo. Vivo una vita inquieta, fatta di gare e di noncuranza. Non mi accorgo neppure di me.

All'inizio il futuro mi impediva di conoscere su quali mosaici io costruissi il mio andare, quello mi appariva infatti un futuro senza soluzione di continuità...dopo...più tardi...domani...poi...

Intorno a noi il sole proietta dall'alto i suoi strali caldi e vitali spingendo all'azione, per questo ignoriamo le ore e trascuriamo i nostri minimi attimi, quelli che stampano sull'erba istantanee quanto fugacissime ombre, sagome contorte di scura carta velina, mobilissime, come fossero foglie spinte dal turbine del vento. No, siamo noi che correndo ce le portiamo appresso immateriali, impalpabili, soltanto visibili, roba da nulla, trascurabili.

Sembra che non serva a niente l'inconsistente velo di oscurità che noi proiettiamo di qua, di là, intorno a noi, sui muri, sugli altri, perfino su noi stessi. O almeno così sembra a prima vista, proprio perchè, pur talvolta avvolgendocene, esso è muto, immateriale, mai protagonista senza la luce, sua antagonista.

Egli si disgiunge dalla notte, non fugge via con le tenebre ma si sfrangia in mille leggeri strascichi fin dalla prima alba, quando il grigio biancore diffuso via via si va illuminando e splendendo sempre più. A quel punto sembra anch'egli impadronirsi di sè, acquistare una dignità di essere autonomo, e invece, ad ogni minuto che passa, rimane implume, crea un corteo, avvinghiato a chi gli dà vita. ..e cammina con me, con me salta, con me si accorcia, fino a scomparire sotto i miei piedi. In quel mentre, se un drone, sorvolando me e gli oggetti vicini, ogniqualvolta ci riprendesse con una foto scattata da sopra l'esatta perpendicolare tra lui e noi, ci vedrebbe bidimensionali, senza spessore nè corpo.

Ma quello è il momento invece più vitale per quell'essere incorporeo e così poco luminoso, infatti poco dopo, staccandoci da un fondale altrimenti piatto, ci plasma infine tridimensionali con smaglianti contrasti nella sua lotta con il sole fiammante.

Lo riconosco mio gemello, nato con me uguale e dissimile, solo ogni tanto analogo, unito e disgiunto, lui mi foggia e io lo formo, io respiro e lui si dilegua, lui muore mentre io ancora vivo.

Lunga è l'ombra vicino a sera, il sole spiaccica la mia cupa immagine un pò dappertutto mentre mi ricorda che sta calando oltre l'orizzonte. La mia stanchezza per una giornata piena sembra farmi sdraiare sull'erba improvvisamente scura. Dov'è più quel colore verde brillante, da poco fortificato dagli spruzzi dell'innaffiatura, con goccioline ancora sospese nell'aria, piccolissimi riflessi che rimbalzano su fili di loglietto o sulle foglie aperte del trifoglio? E quel fresco vivace che riposa la pelle dopo una calda vita senza sosta? Dov'è quel piacere rorido che trovi solo a piedi nudi sull'erba bagnata mentre tutt'intorno l'aria cotta dal sole cuoce anche te?

Ormai è sera e l'intenso verde oltremare dai toni bluastri domina il suolo già asciutto, lievi velature grigie si stendono come tulle sulle cose e offuscano di un viola leggero anche me.

L'abbraccio delle lunghe ombre si fa stringente e continuo. Mi trascina lentamente nella notte senza che me ne accorga.

 

 

 

Pubblicato venerdì 16 settembre 2016