Il viaggio in traghetto

di M.Carla Renzi

Guardo avanti a me, avanti ai miei occhi e allungo le braccia con le dita tese a toccare quella porta nel muro poco distante, anche se non so bene quanto possa essere distante quel muro.

So tuttavia che manca poco a che lo raggiunga: poco spazio, poco tempo. Un decimo, un ventesimo, un millesimo, invece, di ciò che lascio dietro il mio corpo. Migliaia e migliaia di chilometri attraversati quasi mai in linea retta, piuttosto quasi sempre aggrovigliati metro su metro, spazio in cui spesso mi sono dovuta districare strappando con i denti, se occorreva, la fitta rete che mi ostacolava, talvolta soffocandomi.

E ogni volta, ritrovata la libertà di movimento, dopo poco, i miei piedi avrebbero potuto di nuovo inciampare ed impigliarsi nelle maglie di altre reti ingarbugliate, cadute lì vicino. Cosa spesso avvenuta alla povera mosca nella rete del ragno, rete senza scampo se non si hanno le giuste difese.

Ma chi mai ha le giuste difese quando, candido in tutto, affronta il suo viaggio in traghetto convinto di scenderne poi illeso e innocente? Ogni istante del viaggio è una prova e la gara finisce solo quando si arriva alla consapevolezza di sé e del valore del proprio vivere.

Il canto libra note volanti sparse nell'aria, subito fuggevoli, dimenticate l'attimo dopo, perse per sempre, quelle, mai riprese, mai ritornate…nate, già antiche,già finite.

Pensieri prodotti da menti creative, artistiche speculazioni intorno a fatti concreti, idee vaganti, illusorie come miraggi inconsistenti, realtà traditrici.

Carta scritta con mille concetti espressi in un atto manuale lento ed attento; foglio di carta bruciato, dissolto con il suo avere e sapere, con il suo essere perfino linfa, clorofilla, remoto respiro della terra, mai più se stesso, mai più niente altro né di vecchio né di nuovo…estinto.

Capelli tagliati, caduti in terra, spazzati via, buttati lontano da dove mai ritorneranno indietro, al posto appena lasciato e già rimossi da qualunque ricordo, superati, del tutto arcaici.

Lavoro pensante, noiose repliche sfiancanti tra frasi ripetute e ripetute e ripetute, divenute inascoltate da chiunque, perfino da chi le proferisce, inutili, superflue e inefficaci.

Parole, cose belle e vane. Sembrano riempire la vita rendendola consistente, robusta e giusta mentre appena ascoltate e proferite si volatilizzano all'istante, senza peso alcuno, lasciando di sé solo una sensazione e mai una verità. A che servono le parole svaporatesi tutt'intorno in un velocissimo attimo e dileguatesi per non essere mai più recuperate o riconquistate? Parole muffite sui libri antichi, in alti scaffali di legno stagionato, difese dai topi e dagli insetti lucifughi, ma non dai secoli, dagli incendi, dai vandali distruttori; parole destinate a un lento oblio.

Il corpo intanto si disfa. Perchè illudersi di avere una vita energica, dinamica, quando piuttosto si dovrebbe accettare la vita morente, la stessa che, giunta all'apice dei vent'anni, circondatasi da una cieca idea di eternità, inizia a discendere lungo un crinale aguzzo, frenando con i piedi, con il corpo e con tutto ciò che si ha a disposizione per evitare di scivolare in basso più rapidamente di quanto si vorrebbe?

Dovremmo saper guardare in faccia la nostra realtà di esseri fugaci e di vederci per quello che siamo, pronti a svanire senza lasciare traccia. La nostra effimera esistenza vale per il tempo che ci è dato. Solo a questo dobbiamo dare valore, il più alto valore possibile, cercando una qualità del vivere che giustifichi il nostro nascere e il nostro agire, perchè, mentre noi crediamo di attraversare una piccolissima parte di un tempo infinito, è il tempo, al contrario, che passa attraverso di noi, usandoci, affinchè noi possiamo essere testimoni della sua essenza.

Se non ci fossimo noi, il tempo stesso non saprebbe di esistere

 

m.c.r. 2016

Pubblicato venerdì 2 settembre 2016