Una riflessione speculare

di M.Carla Renzi

Il treno di Adalberto arrivò con un enorme ritardo, più di un'ora, dovuto ad un guasto ad un passaggio a livello, avvenuto poco dopo la partenza dalla città in cui viveva con i suoi genitori.

Adalberto era un ragazzone alto e pingue di quasi quarant'anni ed era scapolo. Aveva un buon lavoro fisso presso un'azienda statale, per la quale si occupava di ricerca dei siti per Congressi e per questo viaggiava spesso.

Quando scese dalla sua carrozza con la bella ventiquattrore di pelle, regalo di mammà, cercò disperatamente un taxi in un piazzale desolatamente vuoto. Del resto erano già quasi le due di notte, la cittadina sul mare dormiva da un pezzo e lui non sapeva neppure esattamente dove fosse il suo Albergo.

Quei due o tre passeggeri scesi con lui, si erano già dileguati in fretta, per cui non aveva speranza di poter chiedere un favore a qualcuno. "Che guaio! - si disse sconfortato - e adesso?".

Tornò all'interno della Stazioncina dove non c'era anima viva e si sedette su una panca di legno appoggiata al muro. In attesa.

 

Era la metà di maggio ma il caldo era già soffocante, la fronte di Adalberto si imperlava di sudore fino a creare dei rivoletti che gli colavano fino al collo e, sotto la giacca grigia, la camicia era tutta bagnata. Si tolse finalmente la cravatta e appoggiò la giacca sulla panca, pronto a farne un cuscino improvvisato. Già pensava che avrebbe dormito lì, in un luogo pubblico, sdraiato come un barbone.

Ma volle il caso che, proprio in quel momento, entrasse un giovane con un casco sottobraccio, il quale si mise a consultare la tabella degli orari.

" Senta, giovane, mi scusi...!" Adalberto non perse tempo nel chiamarlo.

" Dica!" rispose il ragazzo girandosi verso di lui.

" Avrei bisogno di un'informazione e forse di un passaggio...!".

Per farla breve, il centauro lo accompagnò con la sua moto all' Albergo sul mare dove era la camera prenotata.

 

Entrato nella Hall, subito il nostro si accorse del basso livello di conforto, almeno estetico, nel quale avrebbe dovuto passare le prossime ore: luci fioche, nessuno alla reception, una stinta passatoia di corda dalla porta al banco, un angolo salotto con poltroncine anni cinquanta dalla tappezzeria vecchia e un pò sdrucita, che mandava un certo odore di schiuma disinfettante e, nell'angolo, un televisore con il decoder appoggiato su una angoliera nera e bassa. Ma era stata colpa sua, infatti, per la fretta, aveva telefonato al primo Albergo della lista corrispondente alla spesa che il Ministero avrebbe rimborsato, così non sprecò molto tempo a guardarsi intorno, tanto non ci poteva fare niente, gli toccava rimanere lì perchè era troppo tardi e lui era troppo stanco. quindi colpì il campanello sul bancone.

"Arrivo...!" si sentì da dietro una tenda lì a fianco.

" Ho prenotato una stanza singola con bagno...il treno ha ritardato!".

" Ah, sì, ce l'ha fatta, finalmente!" e la voce accompagnò l'uscita dal retro di un uomo anziano che intanto inforcava gli occhiali e prendeva il registro.

" Guardi – proseguì quello – l'ascensore è guasto e poi le ho dovuto dare la singola senza bagno perchè l'altra mi è servita per un altro cliente e, francamente, pensavo che lei mi avesse dato buca. Mi dispiace ma è così!".

" Senta, sono stanco e domattina mi devo alzare presto, mi dia la chiave e mi dica dov'è la stanza" rispose lui con tono seccato.

In conclusione, armato di chiave con palla nera annessa, si inerpicò faticosamente su per le scale, attento per quanto poteva, a non inciampare nelle pieghe della stuoia.

 

Dovette salire solo due piani, fino a che, arrivato su un pianerottolo quadrato, si trovò davanti ad un bivio con due corridoi mal illuminati: uno diritto avanti a sè ed uno alla sua destra. Difficile capire quale fosse quello dei numeri pari, infatti, come sempre accade quando devi scegliere tra due metà che sembrano uguali e scegli immancabilmente quella peggiore, allo stesso modo, Adalberto si avviò per il corridoio dei numeri dispari. Dovette arrivare un bel pò avanti prima di capire l'errore e tornare indietro.

Finalmente trovò la Duecentododici che era proprio l'ultima di quel lungo e stretto corridoio e, richiusa la porta dietro di sè, si spogliò in fretta, e dopo essersi sciolto il codino quasi grigio che amava tenere da anni, si mise a letto in canottiera e mutande per addormentarsi all'istante. Si erano fatte le tre.

 

Cadde in un sonno profondo, nel quale rimase immerso per almeno un'ora, fino a che un forte colpo giù in strada lo fece sobbalzare sul letto e gli fece sgranare gli occhi mentre il cuore andava a mille nella cassa toracica. Gli era sembrato uno sparo.

Dalla persiana della finestra filtrava, a strisce, la fioca luce del lampione vicino.

Per fortuna la luce intermittente dell'insegna illuminava l'altro lato del palazzetto, come già aveva notato Adalberto a cui aveva sempre dato molto fastidio la luce accesa di notte, tanto più se quella andava e veniva. Nel frattempo non osò muoversi nè tentare di guardare di fuori. Rimase sdraiato, pieno di paura, chiedendosi cosa fosse stato in realtà quel colpo così forte e così vicino, tanto da sembrare uno sparo più che un petardo.

 

Non era sicuro di dove avesse sentito quello scoppio, se all'esterno o all'interno dell'Albergo, tuttavia la sensazione di pericolo gli rimase sottopelle a lungo, anche se, pur rimanendo ben attento, non avvertì altri rumori sospetti. Invece, purtroppo, avvertì distinto il borbottìo del suo stomaco a digiuno. Guardò il suo cellulare sul comodino e vide con preoccupazione che erano solo le quattro di mattina, appena passate, mentre lui era ormai ben sveglio. Dopo solo tre ore avrebbe dovuto lasciare il letto, alla volta di una lunga riunione di lavoro tra gente che non conosceva, per cui avrebbe dovuto essere riposato e lucido.

 

Si girò verso il muro, coprendosi bene le spalle, confidando che il tepore lo riportasse da Morfeo, ma dopo poco, si accorse che gli occhi gli rimanevano spalancati a guardare il nulla mentre pensava che forse quello di prima non fosse stato uno scoppio reale, piuttosto invece un rumoroso fragore interno della sua propria mente. Insomma, concluse che qualcosa dentro di sè lo aveva voluto svegliare, come fosse un avviso, o un allarme.

Forse tutto era frutto della fame?

Prima di partire, nel tardo pomeriggio del giorno prima, aveva consumato un tramezzino con un caffè, pensando che poi, all'arrivo, avrebbe sicuramente trovato un bar aperto o un servizio apposito presso l'Albergo, ma non aveva considerato che si era ancora lontani dalla stagione balneare e che tutto, in quella località, era ancora in uno stato sonnolento e senza attività.

Innervosito si alzò dal letto, si avvicinò alla finestra e la aprì, si sporse per guardare intorno, lungo la via, tante volte ci fosse la luce di un panettiere al lavoro. Macchè, anche senza gli occhiali capì che in giro non c'erano neppure gli spazzini, e avvertì che un silenzio di tomba avvolgeva la città.

 

Adalberto cominciava a sentirsi inquieto, tanto che volle quasi chiamare sua madre al telefono, ma subito comprese che a quell'ora l'avrebbe solo svegliata e spaventata, per cui rinunciò e si diresse alla porta della camera. L'aprì e fece un paio di passi nel corridoio, prima di accorgersi che aveva addosso solo maglietta e mutande; così rientrò precipitosamente per tirare fuori dalla valigetta la sua vestaglia nuova da viaggio, appena comprata dalla mamma, che indossò senza neppure guardare, tra la luce della finestra e quella altrettanto debole del corridoio.

Uscì di nuovo e si diresse verso le scale, là dove aveva visto sulla parete le targhettine del bagno. In effetti, quando un'ora prima si era buttato sul letto, non aveva fatto quello che gli sarebbe servito per dormire un sonno tranquillo e continuo, e adesso aveva una urgenza davvero impellente di orinare.

Era giunto appena all'altezza della camera appresso alla sua quando, nella penombra, vide davanti a sè, giù in fondo alla teoria di porte del corridoio, una donna dai lunghi capelli lisci, sciolti sulle spalle, con una veste da camera svolazzante intorno alle gambe. Era alta e veniva verso di lui, ma la distanza e la mancanza degli occhiali lasciati sul comodino non gli permettevano di distinguere bene la fisicità ed anche i lineamenti di quella figura.

Il pavimento di moquette attutiva ogni passo dell'uno e dell'altra, ma Adalberto si avvide bene che la donna, con le mani in tasca, teneva accostata al corpo la sua veste, come se, volle credere maliziosamente l'uomo, sotto quella veste fosse nuda. E non ci sarebbe stato nulla di strano! In fondo, se anch'essa aveva avuto una camera senza il bagno, certamente non si sarebbe rivestita di tutto punto per uscire in corridoio per i proprii bisogni. Adalberto, al pensiero repentino di una possibile avventura assolutamente inaspettata, avvampò di rossore, ma se ne accorse solo lui.

 

Dopo essere passato avanti ad un'altra camera, ecco finalmente la targhetta che segnalava la stanza da bagno, sulla quale Adalberto notò le figurine che indicavano come lì vi fossero sia il servizio per gli uomini che quello per le donne, motivo per il quale egli, distogliendo lo sguardo dalla ancora lontana presenza femminile, entrò in quella porta con un sorriso sornione e anche un pò furbetto, come di colui che si sentiva assai vicino all'esaudire un difficile desiderio.

Subito si accinse ad espletare le proprie necessità, pronto ad uscire rapidamente dal gabinetto per porsi avanti ai lavabi comuni, dove attendere la donna.

Dopo alcuni minuti, nei quali si lavò le mani e si risciacquò il viso, sistemandosi bene i capelli dietro le orecchie, in modo che rimanessero ben aderenti al collo, guardandosi allo specchio si fermò a ragionare con lucidità, e si accorse che in realtà non aveva sentito la donna entrare nel disimpegno, nè richiudere la porticina del gabinetto delle donne. Inoltre erano passati già più di dieci minuti da che lui stesso era entrato nel bagno degli uomini, uscendone subito dopo. Quasi si preoccupò, allora.

Bussò leggermente alle porte che sembravano chiuse ma che, sulla sua spinta, si aprirono rivelando come non ci fosse proprio nessuno, lì dietro. A quel punto, quindi, Adalberto capì di essersi ingannato, e che la donna del corridoio non l'avrebbe raggiunto in quel bagno d'albergo.

Disilluso dalla propria credulità, uscì di nuovo nel corridoio girando a sinistra verso la propria camera ma, con grande sorpresa, all'altezza del punto dove prima aveva lasciata l'immagine della donna, ecco riapparire la medesima figura femminile. Avvertì quella presenza con la coda dell'occhio, per cui girò del tutto lo sguardo per sincerarsi di aver visto bene, e, in quell'istante, stupendosi alquanto, notò che anch'essa, appena uscita da chissà quale porta, si era rigirata un pochino a guardare lui. Rimasero entrambi fermi, però, forse senza coraggio o forse per l'ora eccessivamente tarda.

 

La penombra da cui era avvolto l'intero Albergo, non favoriva certamente la nitidezza della visione, e Adalberto si sentiva di nuovo troppo stanco e deluso per tentare qualunque approccio. Dette definitivamente le spalle alla donna e riguadagnò la sua stanza.

Prima di entrare, comunque, volle guardare di nuovo nel profondo di quella lontananza e infatti, laggiù, la vide mentre anch'essa rientrava quasi furtivamente nella camera che le era stata assegnata.

Una illusione: egli aveva voluto vivere per un attimo una illusione dalla possibile realizzazione, perchè no? Perchè non provare il brivido di un sogno notturno? Se avessero avuto entrambi lo stesso desiderio, si sarebbero potuti incontrare, invece...

 

Dopo solo un paio d'ore di sonno, con gli occhi arrossati e gonfi, Adalberto spense la sveglia del cellulare e si alzò con fatica. Si vestì e, lasciata la camera, si diresse verso la scala per scendere a fare colazione.

Altri avventori intanto stavano lasciando le stanze e lui dovette scansare un vecchio e una donna che camminavano insieme lentamente e che gli ostruivano anche la visuale.

Nel fare questo sorpasso e subito prima di imboccare le scale, si trovò di fronte al muro che chiudeva il pianerottolo, rivestito da uno specchio a tutta parete.

Adalberto si fermò di botto vedendosi all'improvviso riflesso insieme alle due persone che aveva appena superate, e a quel punto egli comprese. Si girò di scatto e, guardando da dove era venuto, vide tutto il corridoio che aveva percorso più volte nella notte appena passata, ma che gli era sembrato molto più lungo. Allora, inseguìto dal ricordo sgradito di se' stesso e delle sue chimere, accelerò il passo e corse in fretta giù per le scale mentre il codino gli sobbalzava sulla schiena.

Pubblicato sabato 11 giugno 2016