L'estate dei ramoracci

di M.Carla Renzi

Non capisco quelli che dicono che il passare del tempo aiuti a dimenticare. Me, non mi ha aiutato per niente, anzi, direi che il ricordo di quell'estate, come un lungo aculeo, mi si è conficcato in un fianco, quello sinistro, e ha spinto il suo apice puntuto proprio vicinissimo al cuore. Ad ogni movimento diverso della mia vita, sento un forte dolore acuto che i medici scambiano talvolta per una avvisaglia di infarto. Ma io so bene che il mio cuore è sano pur se soffre di una grave malattia: il rimpianto.

Quell'estate mi trovavo nella casa dei miei nonni, in collina, dove mi ero rifugiato dopo la rottura di una convivenza e per riprendere le forze fisiche compromesse da una lunga serie di notti insonni, ma anche per riposare il mio cervello spompato da mesi di contraddizioni e di paure. Da una parte il fallimento di quella unione, dall'altra la raggiunta consapevolezza dei miei errori o incapacità. Inoltre, da pochi mesi, avevo superato un importante Concorso per il quale, probabilmente, avrei dovuto cambiare Città, per cui pensai che, nel frattempo, sarei stato benissimo nella casetta dei nonni. Lì avevo passato tante estati della mia giovinezza, fin da quando, bambinetto, venivo affidato a loro per i mesi estivi. Negli anni a seguire l'avevo eletta come mio eremo per gli esami più difficili, l'avevo usata per i primi incontri d'amore, mentre, con gli amici del cuore, spesso ci andavamo d'inverno per vivere per conto nostro, tra maschi, quasi in una sorta di vita avventurosa.

  Era quella una piccola casetta in pietra, con un grande camino nell'ampia cucina dove in realtà si svolgevano tutte le attività degli abitanti, fino a che, la sera li spingeva nelle due camere da letto del piano di sopra, per passarvi la notte. Una casetta umile, di contadini semplici, che da anni non c'erano più. La costruzione sorgeva su un terreno leggermente scosceso, che arrivava fino al torrente di acqua fresca e abbondante, formato da una sorgente poco lontana che si raggiungeva in un paio d'ore di cammino verso la cima della collina. Davanti alla casa si apriva uno spiazzo largo e lungo, circondato da arbusti e alberi spontanei. Di fianco alla casa, vicino al pozzo, mio nonno amava coltivare il suo orto: "Daniele, Daniele… - mi chiamava la sera, prima di cena - aiutami a innaffiare le piantine, se no che cucinerà tua nonna, questa estate?" . Ecco, mio nonno era sempre preoccupato di essere utile a mia nonna, in tutti i modi, da quando l'aveva conosciuta. Dall'altro lato della casa, c'era il pollaio ed anche la mia altalena, eretta con alti pali di legno, con un sedile pendente da lunghe corde molto robuste. Ogni volta mi illudevo veramente di volare per quanto era lungo il raggio di quel dondolìo. Riuscivo quasi a fare una voluta di mezzo cerchio, ma quando capitava, mi spaventavo anche, ed il cuore mi batteva all'impazzata.Dalla morte del nonno, nessuno più si prese cura del mio gioco preferito e così, anno dopo anno, deperì: la corda seccò fino a sbriciolarsi al minimo tocco di una mano ed il palo orizzontale, che in cima teneva distanziati i due pali lunghi, si spezzò a metà durante un forte temporale. Nel frattempo io ero cresciuto.

Quella mattina il sole mi svegliò presto perché avevo dimenticato di chiudere gli scuri della finestra, così, già alle otto, stavo zappettando nel vecchio orto del nonno che volevo ravvivare. Avevo già fatto tutti i solchi in cui avevo sistemato le piantine di insalata e zucchine che, dopo due mesi, erano arrivate ad un buon punto di crescita, ma dovevo tenere pulito il terreno per far scorrere bene l'acqua, e togliere le erbacce spontanee era la cosa più faticosa da fare, per questo cercavo di farlo nelle ore fresche.Mentre ero intento al lavoro e piegato verso terra, sentii l' abbaiare di un cane piuttosto vicino. Alzai gli occhi e vidi un Setter fulvo che correva verso di me, fino a che, giunto alla rete che cingeva l'orto, si fermò senza smettere di abbaiare, come se ce l'avesse proprio con me. "Bello, bello, che vuoi? - gli chiesi come se mi potesse rispondere - Chi sei?". E mentre mi rivolgevo a lui, sentii una voce venire dal confine della proprietà, giù in basso, delimitato dal torrentello: " Red, Red, torna qui, torna, avanti, Red vieni!". Ma lui rimaneva davanti a me in una posizione quasi d'attacco. Io non avevo paura, ma ero contento comunque di avere la rete tra me e lui. Intanto a quella voce si unì finalmente anche la figura di una donna che usciva dall'ombra dei pioppi e dei salici cresciuti laggiù.

Era una figura intorno alla quale svolazzava un prendisole leggero e senza maniche, bianco e celeste, sul quale faceva ombra un cappello di tela con una grande tesa. Man mano che si avvicinava al cane potevo notare che aveva un paio di sandali di cuoio, e una lunga treccia di capelli castani le pendeva dalla nuca fin sul petto ansante. In una mano stringeva il guinzaglio del cane e nell'altra i manici di una grande borsa di stoffa. "Allora, Red, vieni qui, obbedisci…mi scusi, sa! - aggiunse guardandomi -Adesso basta, Red, finiscila!". Arrivata anche lei vicino alla rete, parlava al cane e a me contemporaneamente, e mentre agganciava il guinzaglio al collare di Red, tirandolo a sé, cercava di asciugarsi la fronte rossa e sudata. "Oddio, non sapevo che ci fosse qualcuno in questa casa! Ho sempre pensato che fosse abbandonata!". "No, ci abito io, adesso - le dissi avvicinandomi con la zappetta in mano - Era dei miei nonni e adesso è mia, anche se è tanto che non ci tornavo…Ha un bel cane, signora, è un cane da caccia, mi pare!". "Sì, è un irlandese da caccia, anche se non ci è mai andato! Lui fa solo le passeggiate con me… Forse le abbaia perché crede di essere in casa propria!". "Può darsi! - ribattei io - se venite abbastanza spesso, può essere così!". " Non quanto vorrei, è il posto che preferiamo di più. Ma ora andiamo…". La volli trattenere: "Aspetti, esco da qui e ci prendiamo una bibita fresca, vuole?". Così, lasciato cadere a terra il mio attrezzo agricolo, passai al di là della rete e insieme riparammo sotto l'ombra della tettoia di glicine davanti alla casa.

Mentre riposavamo al fresco del rampicante già pieno di grappoli di fiori color lilla, mi accorsi di non avere nessuna smania di riempire il silenzio che era sceso tra noi. Sorseggiavamo l'acqua e limone con cui avevo riempito i bicchieri nei quali galleggiavano alcuni cubetti di ghiaccio, appoggiandoci allo schienale delle sedie di paglia in una posa del tutto rilassata. Oltretutto mi sembrava che anche lei si sentisse completamente a suo agio in quei momenti, come se fossimo stati insieme per lungo tempo. Red, dopo avermi annusato ben bene, si era calmato e si era sdraiato vicino alla sua padrona. Annina, così aveva detto di chiamarsi mentre raggiungevamo la casa, era una giovane donna forse poco più grande di me in quanto all' età, ma piuttosto piccolina in quanto all'altezza. Era magrolina ma sembrava dai muscoli forti; i suoi occhi, in quella giornata di sole, erano di un colore verde dorato, sottolineato e reso più luminoso dalle ciglia folte e scure; sotto un naso leggermente aquilino, due labbra ben disegnate e non sottili, si aprivano in un sorriso sereno, senza forzature, scoprendo dei denti piccoli e sani. Annina aveva uno sguardo franco, diretto, riposante, ma devo dire che ciò che mi colpì più di tutto in lei furono le sue mani, anzi, il suo sottolineare, con gesti morbidi dei polsi e delle dita, le poche frasi a me dirette.

"Lei conosce i ramoracci? - mi chiese all'improvviso, indicando il prato dietro di lei con un gesto della mano - Qui è pieno!". " So cosa sono, ma non li ho mai mangiati!" le risposi con fare stupìto per la stranezza della domanda. "Io e Red, invece ne raccogliamo tanti, anche d'inverno, e li troviamo buonissimi!...Le dispiace se torniamo qualche volta sul suo terreno a prenderne?". "No, affatto, fate pure, anzi, potrei anche assaggiarne, perché no?". "Grazie mille, allora! Ma adesso dobbiamo andare via, comincia anche a fare caldo. A presto, Daniele, e scusi per l'invasione…!" . Chiamò Red a se' e, dopo avermi stretto la mano con fare deciso, si avviò giù per la discesa seguita dal cane e dalla sua treccia lunga che le dondolava sulla schiena. Rimasi a guardarla a lungo, fino a che sparì tra i pioppi, scendendo lungo il fiumicello. Red anticipava il suo cammino e ritornava indietro sguazzando nell'acqua fresca. L'immagine di quella donna con il suo cane mi rimase a lungo negli occhi, mentre riprendevo a zappettare tra i solchi dell'orto e anche quando rientrai in casa per cuocermi due fili di spaghetti. A dire la verità fino in fondo, durante tutto quel giorno rimasi con quella visione al mio fianco e mi sentii meno solo. Senza che me ne rendessi conto, cominciai ad aspettarli, lei e il suo cane, tanto che spesso, la mattina, scendevo al torrente quasi per accorciare l'attesa sia pure di pochi minuti, qualora lei avesse deciso di tornare.

E finalmente arrivò, all'improvviso, nel solo momento in cui non ci stavo pensando, preceduta da Red che mi corse incontro festoso, scodinzolando a tutto spiano, come se fossi stato, fino a quel momento, il suo unico padrone. "Ciao, Annina!" la salutai da lontano, agitando un braccio che mostrava tutta la felicità di cui mi sentivo pieno. "Ehi, Daniele!" mi rispose lei senza sbracciarsi tanto ma con un largo sorriso che riuscii a vedere nonostante l'ombra del suo cappello. Io accennai una corsetta giù per la china, ma subito ripresi la padronanza di me per non mostrare un eccessivo entusiasmo forse ancora fuori luogo, e, con passo calmo, la incontrai a metà strada. Mentre le porgevo la destra per un saluto formale, lei si alzò sulle punte dei piedi e, reggendosi alle mie spalle, mi dette due bellissimi baci sulle guance, di qua e di là. Io non sapevo come reagire, cosa dire, cosa pensare, rimanendo imbambolato come un adolescente che ancora non sa nulla delle donne. "Ah, finalmente, Daniele, sono riuscita a venire quassù…sapessi come sono contenta! Sai, avevo paura di non trovarti - mi disse tutto d'un fiato, prendendomi sottobraccio mentre ci avviavamo verso il glicine della casetta - Ho intenzione di farti mangiare i ramoracci, oggi, che ne dici?". Così, senza che io dovessi neanche rispondere, mi ritrovai a perlustrare passo passo il campo di mio nonno, alla ricerca di queste piante selvatiche, che crescono spontanee insieme alla cicoria.

Annina aveva portato una sacca da spalla anche per me, per farmela riempire di piantine estirpate. Red ci correva intorno ed erano solo le dieci di mattina. Camminando curvi e affiancati, con la sua voce calma e dai toni bassi, lei mi spiegava man mano quali fossero le sue piantine commestibili, quei ramoracci che infestano le campagne incolte sia d'estate che d'inverno. Le foglie che con il freddo sono basse sul suolo e tenere da cuocere, con il sole estivo divengono alte e dure, ma producono un fiore sulla spiga alta e diritta, facile da individuare e buono da mangiare. Tutti e due armati di coltelli, andavamo raccogliendo quella verdura per riempirne i nostri sacchetti. Dopo più di un paio d'ore di lavoro piene di chiacchiere e di risate, al ritorno a casa, versammo tutto il raccolto in un mastello pieno dell'acqua del pozzo e subito dopo ci sdraiammo su delle vecchie coperte, all'ombra della tettoia. Red si mise fra di noi, tutto lungo con la schiena verso di lei e le zampe verso di me, ma anche il muso era verso di me e soprattutto l'occhio vigile, affinchè io non osassi fare mosse non previste. Secondo me era geloso. Riposammo in silenzio per una mezz'ora, poi io mi alzai, cominciando a sentire un po’ di fame e mi accorsi che Annina si era addormentata. Il respiro leggero e regolare mi diceva del suo benessere, anche se, quasi a difesa, teneva un braccio ripiegato sugli occhi, ma forse solo per evitare la luce. Rimasi a lungo a guardarla mentre il suo seno si alzava e si abbassava lievemente e l'aria usciva tra le sue labbra muovendole appena. Intanto le dita della mano sospesa subìvano i movimenti suggeriti da un sogno, ed io pensavo che il mio sogno era l'averla lì, vicina a me. La guardavo e non volevo che andasse più via perché la sua delicatezza e anche i suoi silenzi mi accarezzavano l'animo stanco. Appena mi accorsi che stava muovendo una gamba, scappai dentro la casa per non farmi scoprire a spiarla e aprii il frigorifero per vedere cosa potevo prepararle da mangiare.

Guardai se avessi del pane nella credenza, e mentre richiudevo l'anta a vetro, Annina apparve sulla porta e rimase un momento ferma con il sole dietro di lei che faceva trasparire tutto il suo corpo snello attraverso il vestito leggero. Di colpo il mio cuore ebbe delle palpitazioni che temevo si sentissero all'esterno e intanto, al contrario, il mio corpo non riusciva a muoversi e sentivo le mie labbra aprirsi stupìte. "Che strano, Daniele, non credevo di essere tanto stanca! Scusami, sai, se mi sono addormentata, anche perché ora devo scappare via! Puoi dare un po’ d'acqua a Red, per favore? Anzi, berrò anche io!". A quelle parole mi riscossi e, cercando di sembrare più sciolto possibile, riempii una ciotola con l'acqua e la misi a terra, e a lei offrii la bibita ghiacciata al limone. "Come, già devi andare? Pensavo che avremmo mangiato qualcosa, prima!". "Non mi è possibile, grazie lo stesso, però ti lascio un compito, quello di lavare bene e far scolare i ramoracci. Io cercherò di tornare domani o al massimo dopodomani mattina e te li cucinerò!". A quel punto dovetti stringermi nelle spalle e vederla andare via insieme a Red, sventolando il cappello in una mano per aiutarsi a non cadere tra le erbacce mentre io mi appoggiai al vecchio muro della facciata guardando verso il punto, laggiù, dove la sua figura era scomparsa dietro gli alberi e i cespugli.

Che sapevo di lei? Pochissimo, solo quello che aveva voluto dirmi: il nome, l'età, il quartiere non lontano dal mio, della mia stessa città, l'amore per la natura e gli animali e che era in pausa dal lavoro dopo aver finito una tourneè con la sua compagnia teatrale. Era attrice di prosa. Ma era come se non sapessi niente di lei, queste notizie facevano parte della superficie di un individuo, mica dicevano chi realmente fosse. Eppure a me sembrava di conoscere molto di lei, forse perché perfino il silenzio dice tante cose, bisogna solo vedere come si usa e come si ascolta. Comunque, visto che mi aveva praticamente promesso di tornare il giorno dopo, nel pomeriggio inoltrato scesi in paese per fare un po’ di spesa e non farmi trovare impreparato. Dopo cena lavorai un po’ con il computer e, prima di andare a letto risciacquai ripetutamente i ramoracci lasciati in pegno. Ma quella notte, pur essendo stanco, non dormii tutto di filato come ero solito fare e l'immagine di Annina sdraiata sulla vecchia coperta o curva sul prato o laggiù, mentre scompariva vicino al fiumicello, mi ritornava davanti agli occhi e mi faceva desiderare molto di rivederla l'indomani. Invece passarono tre giorni prima che tornasse. In quel momento stavo avviando la macchina per scendere in paese a comprare un giornale, e sarei partito senza neppure vederla se Red non si fosse fatto notare correndo e abbaiando.

Dopo tre giorni, nei quali ormai disperavo di averla ancora con me, mi sentii felice come un ragazzino al primo appuntamento. Spensi il motore e scesi dall'auto mentre Anna, giunta vicina a me, mi abbracciava stretta e mi accarezzava le spalle. Non osavo muovermi, ma anch'io la strinsi a me teneramente, fino ad accarezzarle il volto sul quale posavo dei piccoli baci, non tralasciando né la fronte, né il naso, né gli occhi un po’ umidi. E restammo a lungo avvinti, in piedi, senza il coraggio di fare altro per la paura di non ritrovare più quel momento, quella intesa completa tra noi. Ma dentro di me la chiamavo con il suo nome vero, senza diminutivo vezzeggiante, e ripetevo: Anna! Lo ripetevo con le mie braccia intorno a lei, con le mie mani, con le mie labbra, con il mio cuore. Anna! La mia pelle la ammantava mentre ogni mia fibra pulsava di silenzioso desiderio. Anna! Lentamente infine lei si sciolse da quell'abbraccio e, prendendomi per mano, mi condusse sotto il glicine, a sedere sulle sedie dei miei nonni. "Non vedevo l'ora di tornare qui! - iniziò a dire Anna con una voce flebile e con lo sguardo volto alla campagna intorno - Sai, Daniele! Mi trovo bene con te che non forzi le cose e non mi obblighi a dire o a fare quello che non posso…". "Per me tu sei libera di fare ciò che ti senti di fare. Questo è un luogo magico in cui il riposo sorvola sulle cose e sulle persone avvolgendole in un velo sottile che le ricopre e le protegge. Io non voglio niente da te, sento che lo hai capito! Anna, Il mio desiderio è che tu stia bene e che nulla ti faccia piangere". Continuavo intanto a tenerle una mano tra le mie e, con le mie dita, perlustravo le sue scivolando tra il palmo e i polpastrelli, senza posa. "Ho bisogno di questo luogo e…dei suoi ramoracci - disse con un sorriso - dove anche Red si muove tranquillo… e forse, non so, ho bisogno anche di una persona come te, anzi proprio di te!". Non mi aspettavo una frase tanto esplicita, e, mentre la pronunciava, le strinsi forte la mano quasi facendole male. "Anna!" esclamai soltanto. "Oggi sono corsa qui solo per dirti questo, perché non so quando potrò tornare…hai visto, ti avevo detto che avremmo cotto insieme i ramoracci e invece, alla fine li avrai buttati, suppongo!" "Infatti, ieri si stavano seccando tutti e così li ho buttati via…ma potremo sempre riprenderne altri in un giorno di questi!". "Sì, certo, l'estate è lunga ancora! Ma ora ti devo lasciare, mi aspettano!", E dicendo così si alzò, e, tirandomi a sé, di nuovo mi si strinse addosso in un abbraccio amoroso fino a che le nostre labbra si unirono in un lungo bacio. "Devo, devo andare…a presto, Daniele" disse strappandosi via da me. Quelle parole e quel suo gesto quasi violento mi colpirono alla bocca dello stomaco, tanto che rimasi immobile, fermo sia fuori che dentro. Lei chiamò Red a sé e insieme corsero giù attraverso l'erba alta del prato mentre io la guardavo allontanarsi senza sapere se l'avrei più rivista. Dopo qualche minuto rientrai in casa e, prima di sdraiarmi sul divano, chiusi la porta. Avevo paura che la solitudine potesse entrare e colpirmi.

Passai alcuni giorni come intontito, non sapendo se aspettarla o meno, sempre con gli occhi volti al torrente qualunque cosa facessi. Ogni volta che da lontano mi arrivava l'abbaiare di un cane il cuore aveva un balzo e subito tornavo a sperare di vedere Red correre verso di me, invece i soli animali che saltellavano sul mio terreno erano i soliti uccelli in cerca di semi e di vermi. La sera, nel letto, mi chiedevo perché non le avessi chiesto di più di lei, perché non avessi detto di più di me, perché non avessi fatto nulla per trattenerla ancora un po’ o per fermarla del tutto. E perché, inoltre, non mi ero avviato anch'io con lei giù per la collina, per stare ancora qualche attimo insieme, per pregarla ancora di tornare. Non le avevo chiesto nulla, neppure come avrei potuto ritrovarla in seguito. La paura di forzare la volontà di un'altra persona mi aveva schiacciato e mi aveva fatto ignorare i miei desideri. Non mi rimaneva che sperare che il suo sentimento per me fosse vero e crescesse fino a spingerla di nuovo dove io l'aspettavo.

Dopo solo una settimana da quell'ultimo incontro, alla Posta trovai una Convocazione dalla Procura dove avrei avuto il mio primo incarico di Giudice. Mi rimanevano pochi giorni per tornare a casa dai miei genitori, fare la valigia e spedire i libri che volevo portare con me. Così, in poche ore, sistemai la casa dei nonni come ogni volta che la lasciavo per un lungo periodo; andai a guardare l'orto da cui ancora non avevo raccolto nulla; misi al riparo gli attrezzi. Quando chiusi il portoncino, vi attaccai sopra, con un chiodino e bene in vista, una busta con sopra scritto: Per Anna. Le lasciavo il mio indirizzo email e altri dati con cui potesse raggiungermi, nella speranza che tornasse lì e trovasse il mio scritto; che non fosse troppo tardi e che il mio eccessivo riserbo fosse perdonato dalla sorte futura. Accesi il motore e feci manovra per imboccare la stradina bianca che mi avrebbe portato lontano. Quante volte avevo fatto quelle mosse, e sempre senza alcun sentimento, invece quel giorno, guardandomi intorno da dentro l'auto, mi sentivo il cuore oppresso salirmi in gola, quasi un inizio di pianto a cui resistetti per abitudine. Cosa avrei dato per vedere Red sbucare tra gli arbusti correndo appresso alla mia macchina! Invece alla prima curva tutto venne nascosto ai miei occhi pieni di lacrime.

Potei tornare lassù solo dopo qualche anno, in un giorno di primavera e, dopo aver fatto sistemare un po’ il giardino e la tettoia il cui glicine aveva invaso anche la facciata della casa, mentre la mia nuova compagna era dentro a mettere in ordine l'abitazione, io andai a vedere cosa potessi fare per ridare vita all'orto. Arrivato vicino alla rete ormai quasi distrutta, non più sostenuta dai vecchi paletti di legno, trovai incastrata in basso, a contatto con la terra, la mia lettera. Il vento l'aveva staccata dal muro, chissà quando! Sembrava un pezzo di cartaccia stracciata e scolorita; quanta pioggia, quanto sole, quanto tempo aveva subìto prima che qualcuno la trovasse! Ed ero stato io ad averla trovata forse perchè dovevo sapere che nessuno l'aveva mai letta.

Mi chinai a raccoglierla, e strappandola via dagli aculei della rete in cui si era impigliata, tirai via anche un ramoscello giovane di una pianta selvatica. Feci per buttarlo ma mi accorsi che era un virgulto di ramoraccio. Un forte dolore mi strinse il cuore solo a tenere in mano quel rametto dalle foglie inconfondibili e non lo buttai via ma lo infilai nella busta lacera e misi tutto in tasca, al riparo da qualunque curiosità.Era mio, solo mio.

Dopo quei giorni d'estate mai dimenticati, non mi era più capitato di passeggiare in un campo incolto, e i ramoracci non li ho più cercati, ma ho sempre saputo che li avrei raccolti e cucinati e mangiati solo con Anna, o mai.

Pubblicato domenica 29 maggio 2016