Il signore delle rose

di M.Carla Renzi

Ti ho riconosciuto, sai, mentre ai giardini passeggiavi con il tuo cane! Per un lungo momento mi hai guardata e mi hai sorriso; un largo sorriso allegro e buono, diretto a me come se già mi conoscessi.

Ma io ho distolto il mio sguardo perché lui non si accorgesse di chi avesse attratto la mia attenzione. Solo dopo, ripassandoti davanti e facendo finta di ridere con lui, ho girato il mio viso verso di te e ti ho sorriso, pienamente.

Avevi in mano un bel mazzo di rose selvatiche di tante sfumature di colore, dal bianco al rosso, ma ve n'erano anche di gialle, tutte mischiate e tenute insieme da un foglio di carta blu. Avrei dato qualunque cosa, in quel momento, perché fossero per me, quelle rose!

Mi dovetti allontanare e, girandomi indietro con una scusa, ti ho visto già distante, fermo ad aspettare il cane,  con quel tuo sorriso dolce che ti faceva strizzare un pò gli occhi, non so se anche per il sole che ti colpiva, oppure per mettere meglio a fuoco  la mia figura già molto lontana da te.

Ti ho visto altre volte da allora, e ricordo bene quella in cui uscivi da un piccolo bosco nel parco e ti avvicinavi ad una donna seduta sull'erba. Le hai porto una rosa gialla, del tutto simile a quelle di qualche giorno prima,  che avevi colto in un cespuglio situato proprio ai limiti del boschetto. La donna volle farti  abbassare per darti un bacio sulla guancia, ma così facendo il suo chignon di capelli bianchi quasi si sciolse e lei, ridendo, se li aggiustò un po’ rimettendosi le forcine. Tu le sedesti accanto mentre io andavo via.

Quella volta non ti sei accorto di me, né di quanto fossimo vicini, quasi bastava allungare le nostre mani per toccarci, almeno sfiorarci.

Non sono state molte le occasioni per me di stare nei tuoi pressi, di calpestare lo stesso vialetto di terra che tu avevi calpestato, e di respirare la stessa aria fresca che veniva dal laghetto non lontano, ma quando già disperavo di averti toccato il cuore, tu sei riuscito a mostrarmi che non era così e che, anzi, ciò che io avevo avvertito di noi, lo avevi sentito anche tu.

L'ultima domenica di quel giugno caldissimo, raggiunto il parco per una passeggiata prima di sera, mentre io e lui  camminavamo sottobraccio per il viale animato da coppie e da bambini, mi sentii sfiorare una spalla e mi girai.

Ti vidi vicinissimo al mio volto, con i tuoi occhi fissi nei miei mentre mi porgevi una rosa rossa: "Signora, le è caduto questo fiore!".

"Ma no, si sbaglia - intervenne lui al mio posto, visto che io ero rimasta sorpresa e senza parole -  Non avevamo fiori, noi!".

"L'ho visto sull'erba, lungo il vialetto, proprio appena voi siete passati  e allora ho pensato…mi scusi l'errore, se è come dice! - gli hai gentilmente ribattuto - Però, visto che non è di nessuno, perché non lo prende lei, signora?".

Così mi sono ritrovata tra le mani quella tenera rosa con il gambo pieno di piccole spine e di foglioline verdissime. Ti avrei voluto dare un bacio per ringraziarti, ma sarebbe stato troppo, in fondo, per un piccolo fiore e per un dichiarato errore.

"Grazie tanto, lei è molto gentile!" riuscii appena a dire, quasi in risposta ad uno dei tuoi sorrisi speciali, mentre lui rimase in un silenzio infastidito.

L'estate ci separò trasformando le lunghe giornate in abissi di tempo profondi e bui. Non vedevo l'ora di rifugiarmi nel sonno, dove potevo sperare di incontrarti a mio piacimento e di rivedere il tuo sorriso luminoso, la sola cosa capace di spazzare via l'oscurità della mia solitudine. Ma, ad ogni mattino in cui il sole mi chiamava a vivere di nuovo, temevo che tu mi avessi dimenticata. Perché non venivi da me la notte, pur sapendo che ti avrei potuto aspettare solo  in quelle ore solitarie? Ogni volta la delusione mi gravava sulle spalle togliendomi tutte le forze. Eppure, di giorno andavo preparando per te forti e grandi abbracci che ci potessero dare un lungo contatto per tutto il corpo, il  mio e il tuo, tale da pensare che la tua pelle fosse la mia e la mia si adagiasse sulle tue membra facendone parte; mentre i nostri baci intensi  riuscivano a darci pace nell'assenza reciproca, rimanendo impressi grazie alla loro passionale carnalità. Ma nulla di violento immaginavo tra noi, piuttosto una esclusività incomparabile che faceva di noi due una sola esistenza, una sola realtà.

 Ormai l'autunno aveva soppiantato le calde giornate estive con piogge e vento freddo di cui nessuno pareva lamentarsi, forse perché era nel logico cammino delle stagioni. Solo io sembravo accompagnare con le mie lacrime  quell'atmosfera uggiosa e malinconica. Da dietro i vetri chiusi guardavo in strada dove tutti correvano per non bagnarsi, in un'aria grigia e triste.

Dovevo lasciarti, non avevo più speranze di ritrovarti ancora. La mia era stata solo una breve illusione, un miraggio che io avrei voluto rendere concreto per me e per sempre. Dovevo strapparti dai miei desideri come se tu non fossi mai esistito. Mi sembrava di camminare su tenui fili sospesi tra gli alberi, come propaggini di enormi ragnatele, pronte a strapparsi per farmi cadere tra forti schianti in un dirupo senza fondo. I miei passi, appena un po’ incerti in quell' equilibrio precario, non erano neppure cauti, come se, tutto sommato, non mi importasse troppo di come sarebbe andata a finire. Dovevo liberarti di me, per non trascinarti nella mia rovinosa caduta.

Sì, avvertivo infatti che, così come io sentivo te circondarmi come  un caldo cappotto di lana, parimenti tu sentivi me. Noi eravamo insieme, su questo non avevo dubbi, ed eravamo insieme compenetrandoci con sguardi e carezze e baci immaginati, ma poteva bastarci? Il nostro desiderio reciproco era anche un desiderio fisico, tanto che le gambe mi tremavano al pensiero di te e tutto il corpo doleva in ogni fibra. Sai, sentivo, ripeto, che il vento di quei giorni  portava da te il mio respiro, in un anelito di rimpianto.

Ma dovevo liberarmi di te, se ti amavo.

Dovevo renderti la tua libertà, scacciarti dai miei sogni egoisti e ridarti in tal modo la tua vita serena, dove il tuo sorriso potesse colpire un'altra con un dardo nel cuore. Che speranza avevo di ritrovarti?

Vivevo soltanto; ogni giorno vivevo mentre i mesi si ammucchiavano gli uni sugli altri in un ordine caotico di ricordi. In modo netto, infatti, ricordavo solo il dono che mi avevi fatto ed i tuoi occhi nei miei.

La rosa rossa giace ancora stretta tra le pagine di un vocabolario, perchè sto aspettando di poterla inserire dietro un vetro per incorniciarla e tenerla sempre vicina. Intanto la mia vita è cambiata. I miei lunghi pianti e la mia profonda tristezza hanno spinto lontano chi mi stava intorno e da mesi, ormai, sono sola, e da sola ho visto aprirsi i nuovi fiori di primavera.

Ma non posso guardare le rose.

Pur cercando di evitarlo, davanti ad una rosa mi assale un dolore indicibile che mi porta a scappare più lontano che posso, ed è anche per questo che non sono più andata  in quel parco dove non potrei reggere la delusione di un incontro mancato né la visione di cespugli di rose. Solo una volta sono dovuta passare davanti ad uno dei grandi cancelli in ferro battuto, ma non ho guardato dentro il giardino, ho distolto lo sguardo per non soffrire.

Eppure, proprio stamattina, primo giorno di un' estate che si annuncia molto calda, esattamente come quella dell'anno scorso, uscendo sul pianerottolo di casa mia, mi è capitato di camminare su alcuni petali di rosa forse caduti da un fiore un po’ sfiorito, portato da qualcuno giù per le scale.

Affronto la rampa in discesa non dando troppa attenzione a quei petali spenti, ma subito mi accorgo che i petali aumentano di numero sui gradini che percorro man mano. Petali di tutti i colori e piccole foglioline verdi formano un vero e proprio tappeto non appena arrivo sul pianerottolo del piano di sotto. Per evitare di scivolare su di loro mi ritrovo a doverli spostare con i piedi, prima di avanzare di un passo. Nell'androne del palazzo, infine, la coltre colorata come il quadro di un Divisionista mi arriva alle caviglie, tanto che mi fermo attonita.

Non ho domande né risposte né pensieri; immobile ti guardo entrare in controluce nel portone mentre il tuo sereno sorriso asciuga le mie stupide lacrime.  

Pubblicato venerdì 20 maggio 2016