La scalata

di M.Carla Renzi

Varcato un grande e vecchio portone, entrai in un atrio quadrato largo almeno dieci metri per lato e altissimo…oddio quanto era alto!
Pareti lisce intonacate di color mattone. Un soffitto che non ricordo ma che suppongo così lontano da non averne più l'immagine dentro di me.
E scale, scale, scale su tutte e quattro le pareti.
Va bene, mi dissi, salirò: ho aspettato tanto fin'ora che adesso che sono quasi arrivata non posso certo rimanere quaggiù!
Non c'era nient'altro in quello strano palazzo, né una guardiola, né vasi con piante verdi o tappeti, né cassette della posta e neppure lampadari o almeno semplici lampadine pendenti, appliques, qualcosa per la luce. In un ambiente così alto si sarebbe supposto un ascensore, invece  quella tromba di scale, immensa, era vuota. Pensai che di ascensori ce ne sarebbero entrati anche quattro, due per salire e due per scendere, volendo. E quel vuoto, quella mancanza di luce naturale, quei muri nudi
spandevano intorno una sensazione di miseria, di angoscia, di dolore.
Appena capii che non dovevo fare altro che salire, cercai con lo sguardo dove mi convenisse dirigermi. Infatti, a parte la parete con il portone, a quel livello, le altre tre presentavano ognuna una scala che saliva. Una scala di legno, anzi tre scale di legno che sembravano robuste e comode.
Decisi di affrontare quella alla mia sinistra, non so, mi pareva che la balaustra che la delimitava mi avrebbe protetta meglio perchè era un pò più alta delle altre.
Non ero certissima di riuscire a trovarti ma questa era l'ultima chance.
Cominciai a salire, dopo essermi ben sistemata lo zainetto in modo che non mi desse impaccio mentre mi sostenevo al mancorrente. Ma se il mio corpo era apparentemente solido e ben messo per poter affrontare quei piani e piani di scale, nel mio interno, invece, la realtà era tutt'altra.
Il cuore mi batteva così forte che ogni colpo mi risuonava in gola e nelle orecchie, tanto che credevo si potesse sentire all'esterno e che potesse risuonare per tutto l'ambiente, fino a su. Questi battiti mi creavano un forte malessere che si ripercuoteva fin dentro i muscoli delle gambe, fiaccandoli prima del tempo; anche le braccia divennero subito dolenti, mentre le mani non si chiudevano appieno sul sostegno.
Insomma, alla fine della prima rampa, ero già stanca.
Ero arrivata al primo angolo, là dove con un largo gradino quadrato, la scala girava lungo la seconda parete, svolgendosi quindi ad angolo retto.
Girai di novanta gradi e proseguii nella salita.
Mentre ad ogni gradino andavo gettando in avanti la mano sulla balaustra per collaborare con il tirarmi su, la testa guardava in basso, verso i piedi, respirando con la bocca aperta. Salivo lentamente.
Solo quando con le dita toccai un muro che non avrebbe dovuto esserci, alzai lo sguardo e mi trovai davanti la terza parete, quella che faceva angolo retto con la seconda, ma non c'era nessun gradino quadrato, la balaustra terminava bruscamente contro il muro marrone, .nessun'altra rampa proseguiva da quel punto sulla terza parete: quella scala finiva là.
Lì per lì pensai : "Ah, ecco perché ci sono tutte queste scale! Ho sbagliato nella scelta…e adesso?". Alla ricerca di una soluzione guardai sotto e mi accorsi che sulla terza parete saliva,  però, un'altra scala ad un livello sotto il mio. Ma non era possibile prenderla dall'inizio perché quella cominciava dalla sua seconda rampa, cioè mancava il suo stesso inizio. Perciò era inutile che tornassi indietro, piuttosto non mi rimaneva che fare un balzo da lassù dove ero arrivata, penzolando nel vuoto, per saltare sul livello inferiore, pur di continuare a salire.
Cercando di rimanere ben accostata al muro, mi slanciai ed atterrai sui gradini sottostanti senza farmi male.
Mi sedetti con il cuore che andava a mille, o forse a duemila, con la consapevolezza di aver corso il rischio di cadere fin sul pavimento dell'atrio. M'era andata bene, però sentivo che i capelli mi si erano drizzati in testa, forse spinti dai battiti che mi rimbombavano nelle vene. Bevvi un po’ d'acqua dalla bottiglietta che avevo nello zainetto e, dopo qualche minuto, mi rimisi all'opera.
Guardando in alto, con gli occhi socchiusi alla ricerca di un punto focale con cui mettere a fuoco le cose più lontane, mi accorsi che lassù, ma in un lassù indefinito, si poteva avvertire un debole chiarore nascente probabilmente da una porticina  semiaperta. "Ecco, mi dissi, deve essere lì". Qualcuno mi aveva detto, infatti, che eri molto in alto.
Quindi ripresi la salita su quella nuova scala diversa dall'altra: più stretta, con il corrimano grezzo e cadente e qualche gradino che dava la sensazione di cedevolezza. Tuttavia arrivai ad un'altezza corrispondente ad un quarto piano. Mi dovetti fermare ancora, l'angoscia era aumentata, per non parlare della paura di non trovarti, di non ritrovarti più, e, arrampicata lassù, ero completamente sola.
Nessuno era ancora entrato in quell'androne semibuio, nessuna voce ma neanche nessun sospiro o colpo di tosse, a parte i miei. Nessun rumore di passi o rumore di una qualche porta, non vista, che si aprisse.
Cominciavo anche a sentire freddo. Infatti, quell'entusiasmo che mi aveva invaso, riscaldandomi all'idea di raggiungerti, si era raggelato per la difficoltà dell'impresa. Ma non avrei mollato.
Un paio di metri ancora e mi colse una brutta sorpresa: in mezzo a quella rampa mancavano quattro gradini. Un buco enorme, per me: non ce la potevo fare assolutamente! Mi venne allora da piangere.
Il portoncino su in alto, però, era adesso più luminoso e meglio visibile, non mi sembrava più così lontano ed irraggiungibile. Ancora uno sforzo, dunque! "E tu aspettami, pensai, fatti trovare!".
Alla ricerca di una soluzione per arrivare alla scala seguente, mi accorsi che, dal punto in cui mi trovavo, pendeva una robusta corda molto ben fissata, e con quella, guardando bene, avrei potuto raggiungere un piano infisso nel muro, da cui si dipartiva una scala a pioli appoggiata alla parete, con la quale sarei potuta risalire fino al quinto piano.
Ma avrei dovuto legarmi molto bene e dondolare nello spazio vuoto fino a toccare con i piedi quella specie di pianerottolo solitario.
Quasi non avevo più paura. Secondo il mio cuore impazzito, il gioco valeva la candela!
Ero sola, nessuno sapeva dove fossi e nessuno avrebbe mai  creduto in questa mia avventura, perché nessuno avrebbe mai capito.
Quando, dopo due o tre ondeggiamenti via via più a largo raggio,  riuscii ad aggrapparmi con una mano a quella scaletta ed a posare ambedue i piedi su quello stretto pavimento, in fondo poco più di una larga mensola sospesa nel nulla, mi sentii quasi arrivata.
Sciolti i nodi che avevo ben stretto intorno a me, salii di nuovo su altri pioli, per circa tre metri, molto rasente il muro, e mi infilai in una specie di botola aperta su di un lungo piano inclinato, che correva lungo tutta quella parete; praticamente un corridoio protetto da una parte sola, a strapiombo su una cavità profondissima. Mi venne in mente un lama himalaiano in bilico su di un sentiero strettissimo pieno di rocce pericolanti. Quel lama ero io.
La zona più alta di quell'angusto ballatoio, quando ci arrivai, mi dette la possibilità di risalire su di una scala quasi normale. Mi sentivo spossata, al punto che, se avessi potuto sdraiarmi, anche fosse su di un tappeto buttato lì, purchè in piano, avrei volentieri rallentato la mia corsa, se non proprio fermata la ricerca. Ma incontravo solo gradini, piani inclinati, angoli impervi… impossibile fare altro che procedere e sperare che vi fosse presto un buon risultato.
Ormai vedevo bene la porta là in alto, dove il vento la spingeva a chiudersi e a riaprirsi, a volte sbattendola, e facendomi temere che la trovassi serrata al mio arrivare lì davanti. Ma quelle spinte non erano sufficienti per fortuna e, quando con l'ultimo piolo dell'ultima scaletta, mi attaccai a quella benedetta maniglia, tirandomi su fino a varcare quell'altissima soglia, mi misi a piangere davvero.
I battiti che mi assordavano si placarono  a poco a poco, mentre il mio corpo faticava a riprendere un assetto normale e continuavo a rimanere sdraiata lì dove dapprima mi ero buttata prona.
Girai lo sguardo tutto intorno e mi vidi circondata da un cielo di un azzurro accecante ed intenso, senza la più piccola nuvola e senza la minima presenza di qualunque uccello o mosca o presenza vivente.
Avevo raggiunto un grande terrazzo senza parapetti, con il pavimento di graniglia, da dove, percorrendo tre gradini in muratura, si poteva accedere, poco più in basso, ad uno stretto terrazzetto cementato. Su di esso si ergeva una costruzione modesta di modeste proporzioni, con finestre le cui persiane verdi erano aperte. Da una di esse svolazzava un pò in dentro e un po’ in fuori un telo indiano a mo' di tenda; dall'interno il suono di un citar si spargeva all'esterno colpendomi alla bocca dello stomaco con il suo disperato vibrare. Era l'ultimo strumento che avevi riportato dal tuo ultimo viaggio.
Cercai di calmare il mio cuore che non ne voleva sapere di tacere e continuava a pronunciare il tuo nome.
Lasciai cadere lo zainetto e, con passo leggero, senza chiamarti, senza palesare la mia presenza, mi avvicinai a quella finestra e guardai dentro.
Eri seduto sul letto in disordine, davi le spalle al vento che colpiva le mie, arpeggiavi sulle corde tese del citar, mentre, appoggiata sui cuscini, lei ti guardava accarezzandoti.

 

Pubblicato sabato 6 febbraio 2016