Il quadro di Arturo

di M.Carla Renzi

Erano vari giorni che il caldo afoso non dava tregua ad Arturo Paretti per quanto lui facesse per difendersene. Con i lunghi capelli incollati sulla fronte e sul collo dal sudore che lo bagnava tutto e contro il quale nessun fazzoletto poteva nulla, con gli occhi arrossati e resi gonfi dalla impossibilità di prender sonno, con la bocca arida, Arturo non ne poté più: si alzò dal letto, dove aveva cercato riposo e refrigerio, si vestì e scese a precipizio le scale fino al suo Studio, giù negli scantinati del palazzo.

Cosenza sembrava in fiamme e sembrava una città fantasma, abbandonata da tutti gli abitanti: non un’automobile, non un passante, non un cane. In realtà tutti erano rintanati nella semioscurità delle proprie case in situazioni angosciose non dissimili da quella del Paretti.

Questi, boccheggiante, si chiuse la porta alle spalle, sbattendola per la fretta, come se temesse di far entrare con lui anche il caldo che c’era fuori. Il caldo sarebbe stato nulla però, se non ci fosse stata nell’aria quell’afa dannata che intorpidiva le membra e la mente.

Finalmente nello studio dai muri spessi, Arturo si fermò a godere del freschetto che sentiva sulla pelle e si guardò intorno in cerca di qualcosa da fare. Pensò di portarvi una brandina ed un materasso di crine la sera stessa. Per ora era lì, in salvo.

Lo sguardo girava intorno, toccava le pareti ed il soffitto ed il pavimento e tutto ciò che lì era contenuto: due cavalletti, un tavolaccio, qualche sedia, barattoli di colori, lattine di acquaragia, vaschette, pennelli, arnesi vari, risme di carta, righe e squadre, due piccoli torni, varie scatole di cartone ammucchiate in un angolo, bottiglie di acqua, una piccola mola e tanti, tanti quadri appesi e non appesi, ammucchiati lungo le pareti, così come una grossa quantità di cornici, di ogni forma e grandezza.

Egli, insomma, era un pittore che non disdegnava però la scultura. Se le sue opere fossero di gran valore non si sa, però riusciva a vendere bene ed anche a prendere qualche elogio sincero. Il fatto è che era sempre stato un autodidatta ed in nove anni, da che aveva iniziato, aveva cambiato innumerevoli tecniche e cercato di imitare un’infinità di autori, grandi e piccoli, nella ricerca continua di se stesso e quindi di un mezzo, tutto suo e tutto nuovo, di espressione.

Da circa un anno si accaniva senza riposo sulla pittura dei Divisionisti, avendo scoperto la loro tematica. Certo non era un genio né un originale, ma aveva molta volontà.

Sulla trentina, era un uomo piuttosto basso, figura scattante e nervosa, non era sgradevole d’aspetto ma il viso non era bello, grosso svantaggio con le donne, e, tremendamente timido, non aveva mai parlato senza incepparsi, insomma era anche fortemente balbuziente.

Era sfortunato, povero Arturo Paretti: brutto, balbuziente, timido con poco estro, per di più con una sudorazione abbondante, suo più grosso ed eterno cruccio. La sua forza di volontà non riusciva a realizzare tutti i suoi desideri nella vita, per cui è facile comprendere il suo senso di frustrazione nella ricerca, almeno, di ombra e di fresco.

“Che faccio adesso ? - si chiese – Potrei finire il paesaggio… si, macché, è meglio che lo butti via, anzi… è nato male e non c’è verso, non si aggiusta !”.

Prese la tela in mano, la studiò cercando di immaginare come rendere ciò che voleva come voleva, poi, scrollando la testa, l’andò a posare in fondo allo stanzone, lì dove era il mucchio più grosso di tele non finite.

Una testa di Medusa lo guardava da un tornio, con i suoi serpentini di argilla, alcuni dei quali si stavano piegando e spezzando; le si avvicinò e tentò di rimettere in sesto il gruppo di rettili ma un paio gli rimasero in mano, allora li sbatté in terra innervosito, e si diresse verso la libreria da dove tolse un volume su Modigliani e, liberato un angolo del tavolo dai tubetti e pennelli e stracci, davanti ad un foglio di carta cominciò a ritrarre un personaggio dal collo lungo e dalla faccia affilata che gli era anche piuttosto antipatico.

Mentre disegnava, dalle finestrotte in alto, infilandosi dalla strada e calando fino a lui, il caldo lo raggiunse pure lì: lo avvolse e cominciò ad opprimerlo fino a che ricomparve il fazzoletto ad asciugargli la fronte ed il collo e le mani. Durò così per un’oretta ma l’asfalto non perdonava e continuava a mandargli forti folate di aria calda senza accennare a smettere e senza pietà.

Ad un tratto la matita volò per la stanza , Arturo si alzò di scatto e preparò la cassetta dei colori: ora basta ! sarebbe andato al mare l’indomani stesso, all’alba.

La mattina dopo caricò sulla vecchissima “500” una tenda da campeggio comprata anni prima e mai usata, un po’ di biancheria personale, un piatto, una pentola, una padella e partì.

A Paola si fermò a fare il pieno di benzina. Non aveva idea di dove andare di preciso ma decise di risalire il litorale calabro ed arrivò così in Basilicata, dove la costa di Maratea lo affascinò a tal punto da volersi fermare lì.

La strada correva sui monti del Vallo della Lucania e si aprivano di fronte ad Arturo scenari bellissimi di rocce a picco e di inaspettate insenature che formavano piccole spiagge naturali. Difese dai venti ed anche dal sole, le spiaggette venivano dolcemente lambite da un mare verdeazzurro trasparente, confuso lontano con un cielo di una limpidezza mai vista.

Più volte Arturo fermò la macchina per respirare a larghi polmoni quell’aria unica, vivendo intensamente una felicità totale che gli riempiva il cuore.

Pranzò a Maratea e, con calma, nel pomeriggio scese ad una di quelle spiaggettine, sperando di non trovarci nessuno. E fu così, infatti. Era completamente solo.

Montò la tenda e preparò perfino un angolo dove poter disegnare e dipingere con agio.

Lì il caldo sembrava scomparso dalla faccia della terra. La sera si avvicinava avvolta da una brezza marina fresca e dolce, tra le sfumature rosate del cielo, del mare e delle rocce, disegnando quasi un mondo irreale che Arturo, intanto, tentava di rendere con i colori a cera in movimenti larghi e veloci.

I turisti che si fermavano, su in alto, lo vedevano chino sui fogli e lo invidiavano. Dopo aver mangiato un panino, andò a letto con il sole appena tramontato che tingeva, da dietro l’orizzonte, tutto il firmamento di una gamma di rossi infinita.

Il giorno dopo si svegliò tardi, dopo un sonno riposante, cullato dal rumore del mare.

Uscì dalla tenda in costume da bagno, allegro ed in pace con il mondo, pronto a fare un tuffo ed una bella nuotata ma si fermò preoccupato e dispiaciuto nel vedere il cielo ingombro di nuvole che non promettevano nulla di buono. Il mare, poi, era increspato da leggère ma mal promettenti onde. Nell’ultimo sonno, il caldo era tornato ad opprimerlo, così si scosse e, senza altro indugio, corse nell’acqua allontanandosi ben presto a larghe bracciate.

Quando tornò si sdraiò ad asciugarsi sulla spiaggia sassosa, ma, dopo poco, riprese a sudare e a non poter respirare per l’aria pesante che si era formata nel frattempo.

La brezza del mare non bastava più a ristorarlo con quel sole che andava e veniva. Allora si dispose a disegnare all’ombra di una roccia e smise solo all’ora del pranzo.

Intanto l’afa si era trasformata in un’aria umida ed appiccicosa, le nuvole e le onde si muovevano in sincrono aumentando la sua inquietudine.

Al pomeriggio Arturo volle provare a pescare e, seduto su uno scoglio, aspettava che i pesci mordessero l’esca tirata lontana. Intanto si era alzato un bel venticello fresco che lo confortò durante la semplice cena, dopodiché se ne andò a dormire presto anche quella sera. Sdraiato sul lettino gonfiabile, sentiva di non avere nessuna ansia, forse un po’ di solitudine, ma del resto non era per lui una novità.

Così non sentiva fretta di tornare in città, anzi, la sentiva lontana e per niente attraente.

Quando si svegliò, la mattina dopo, sul principio non riuscì a capire dove fosse e soprattutto cosa fosse quel sordo rumore simile a lontani boati soffocati. Sotto la tenda scossa dal vento, traspariva una triste luce grigia che lo fece alzare di malumore.

Uscì sulla spiaggia e vide venirgli incontro un mare grigiastro, scuro e minaccioso sotto una cappa plumbea di nuvoloni spessi, in preda ad un vento forte e freddo che spingeva le onde rotoloni le une sulle altre.

Il Paretti rimase sconcertato e deluso ma, nello stesso tempo, affascinato da quello spettacolo inaspettato.

Le onde sbattevano sulle rocce a picco sul mare che chiudevano la spiaggetta e questa, sicuramente, alla fine della mattinata, sarebbe stata tutta coperta dall’acqua.

Il nostro pittore si mise allora a rifare i bagagli. Finì di riempire l’utilitaria e si girò verso il mare come per dargli un ultimo saluto.

Ma improvvisamente fu preso da un desiderio incontenibile di ritrovarsi in quelle acque ed in un baleno fu di nuovo in costume e già si tuffava nell’onda più vicina.

Il cielo ora era livido, il vento ancora più forte, il mare agitato precipitava gli uni sugli altri i marosi schiumanti,alti e minacciosi.

In alto, sulla strada, i turisti ammiravano la furia della natura e scattavano foto a tutto spiano. Fotografarono anche Arturo che, giù in basso, correva a tuffarsi.

Arturo Paretti, nello spingersi al largo, facendo grossi sforzi nell’andare contro corrente e nello sgusciare tra i flutti burrascosi, si sentiva sempre più appagato e felice: nuotava e nuotava e nuotava tra quelle acque che lo abbracciavano. Era solo lui con il mare e con il cielo ed il cuore gli si gonfiava di beatitudine.

Ogni tanto si fermava appena un attimo e guardava la spiaggia e le montagne che la sovrastavano. Era pienamente nella natura vera e sentiva che, in quello stretto contatto, stava per trovare ciò che aveva sempre cercato.

A galla sulle onde alte pensò al “suo” quadro, quello che sarebbe nato da quell’esperienza, lo vide finito, bellissimo, tutto suo, pieno di infinito e di Arturo Paretti : lui, sì, il fallito che aveva sempre copiato i “Grandi”, ora era un “Grande” anche lui, con il suo quadro.

Sentì di aver finalmente trovato se stesso. Ora capiva.

Ad un tratto un’onda più alta e più forte delle altre lo trascinò verso il basso ed Arturo, che non se lo aspettava, annaspò disperatamente. Bevve molta acqua dal naso e dalla bocca ma, con uno sforzo supremo, riuscì a tornare su e cominciò a tossire ed a respirare; ma eccone un’altra che lo colse indebolito, lo riprese e lo scaraventò a metri di distanza, schiacciandolo a testa in giù contro un’altra onda che emergeva.

Il nostro amico era diventato uno straccetto senza forze e pieno di dolori, eppure, appena fu con la testa nell’aria, riprese a nuotare alla cieca verso la riva. Ce l’avrebbe fatta ?.....Ecco che una nuova ondata gli fu alle spalle ancora più aggressiva e……….

Arturo Paretti arrivò sulla spiaggia sassosa, uscì dall’acqua, ma, forse per la stanchezza, non sentiva i sassi sotto i piedi e gli sembrava di essere leggero leggero. Si avvicinò all’automobile, tirò fuori una tela, i colori, i pennelli ed ecco che, subito, senza mai esitare, con pennellate sicure, il quadro fu presto finito. Bellissimo, unico, vivo.

Finalmente usciva dalla mediocrità.

Quando i turisti, esterefatti, riuscirono a raggiungerlo, il corpo di Augusto Paretti, era abbracciato ad uno scoglio laterale, in una posa innaturale, il mare, ritirandosi, lo aveva lasciato lì continuando a spruzzarlo di schiuma e a coprirlo con la sua acqua verdeazzurra limpida e pulita, come a volergli conservare una temperatura fresca e riposante, perché non soffrisse mai più il caldo.

Trovarono anche, appoggiata all’auto, una grande tela dalla quale sembrava volesse uscirne, prepotente, un mare violento e profondamente seducente.

Un quadro perfetto intorno al quale, in seguito, i Critici si confrontarono a lungo, palpitanti, nella contesa della scoperta fatta.

Alla fine concordarono estasiati nel definirla :” Un’opera pittorica di grande spessore di un giovane che la morte strappò precocemente all’umanità tutta, nel pieno della raggiunta maturità artistica !”.

Nel frattempo un Mercante d’Arte svuotò d’un colpo, di tutti i lavori, lo Studio di Arturo.

Pubblicato domenica 27 dicembre 2015