Per il bene che ti voglio - Michele Cecchini

di Lucia Guida

“Io la storia di Antonio Bevilacqua vorrei raccontarla così, senza partire dall’inizio, tuttavia non so se sia il caso di cominciare proprio dalla morte. Il fatto è che vorrei iniziare da un finale. La vita di un uomo è costellata di finali e quello della morte è solo uno dei tanti”.

La citazione è parte dell’incipit di “Per il bene che ti voglio”, seconda fatica letteraria di Michele Cecchini, docente e autore lucchese e ben rappresenta quello che sarà il prosieguo della narrazione. Il romanzo racchiude più di una fine e più di un principio, affidando fabula e intreccio a una progressione temporale variegata, a tratti analettica, e a punti di vista altrettanto diversificati, palesi e impliciti, che permettono al lettore di osservare con attenzione le vicissitudini di Antonio Bevilacqua, in mericano Tony Drinkwater, emigrato nel 1926 in America, maggiante di successo e rampollo di buona famiglia di Fabbriche di Careggine in Garfagnana, invidiato e stimato dai suoi compaesani.
Antonio ha un sogno. Da buon teatrante vorrebbe provare a cimentarsi nell’arte del Muvinpicce, del Moving Picture oltreoceano. In una situazione di assoluta controtendenza, nonostante la Merica non sia più considerata una sorta di paese di Bengodi e l’Italia sia diventata una nazione da cui è difficile partire, si fa aiutare a espatriare imbarcandosi alla ricerca della realizzazione concreta di un sogno. Ma la realtà per i Dagos come lui in cerca di un futuro di maggiore fortuna è difficile da affrontare. Antonio non si perde d’animo. Può contare sulle proprie finanze per poter scegliere, almeno all’inizio, cosa fare. Si stabilisce a San Francisco e lì inizia a lavorare nell’avanspettacolo e a farsi conoscere. La sua grande occasione, la sua cianza, gliela offrirà tuttavia Hollywood nell’attimo in cui verrà scelto e lavorerà per un paio d’anni come “controfigura schermatica” di Charlie Chaplin nella realizzazione del film City Lights. Quest’esperienza, però, sarà destinata a non avere un seguito. E a Tony/Antonio non resterà che fare ritorno a San Francisco, riprendendo a viverci con l’indolenza e la nonchalance tipici di questa città multietnica, grandiosa e bellissima con un retrogusto di malinconia che ben rappresentano il protagonista del romanzo. Una città affascinante, disincantata e poco generosa, o quanto meno prodiga soltanto per coloro che riescono ad adeguarsi ai suoi ritmi da nuovo continente, lenti e al contempo frenetici. A una vita in cui c’è pochissimo spazio per l’arte intesa in senso ampio come moltissimo, invece, ce n’è per chi sa dare prova di buone pratiche di bisiness, lottando, ingegnandosi e tentando il tutto e per tutto per aderire totalmente al sogno americano di fare fortuna a ogni costo.

Antonio non si lascia travolgere da lusinghe di tipo sentimentale, considerando l’amore una specie di male necessario a cui adeguarsi mantenendovisi, però a debita distanza. Stesso atteggiamento mostra per tutte le persone amiche che costelleranno la sua vita di emigrante e nella parentesi americana e nei giorni della disillusione italiana, quelli di una rondine partita che ritorna, paradossalmente, proprio in un maggio mite del 1952. La sua continua ad essere una solitudine ricercata, agita e subita, a cominciare dal gesto educato e distaccato delle sue sorelle ad attenderlo alla stazione al suo rientro e a finire con la separatezza che caratterizzerà i suoi ultimi giorni di outsider nel paese natio. Continuerà, però, ad avere un sogno nel cassetto: la ristrutturazione di un piccolo teatro pubblico, quello di Vetriano, che diventerà per lui l’ultima battaglia da affrontare.

Lo stile di Michele è scorrevole senza rinunciare alla ricercatezza lessicale e formale. Le pagine del suo romanzo invitano a riflettere ma lo fanno con eleganza misurata, suggerendo e mai imponendo al lettore idee o prospettive esistenziali. Accurata la documentazione di cui l’autore si è avvalso e che colloca quest’opera in un’ottica storica oltre che narrativa in senso stretto, raccontando con estrema verosimiglianza uno spaccato di vita italiana del XX secolo. Il romanzo possiede, infine, un piccolo vocabolario di termini di italiese/italiano, ampiamente usati da Cecchini nella sua narrazione, per quei lettori che vorranno calarsi con maggior profondità nella storia per assaporarla anche nelle sfumature più infinitesimali.

 

L’autore

 

Michele Cecchini è nato a Lucca nel 1972. Si è laureato presso la Facoltà di Lettere moderne dell'Università di Pisa, indirizzo italianistico. È docente di materie letterarie in una scuola superiore di Livorno, dove risiede. Con la casa editrice Erasmo ha pubblicato nel 2010 il suo primo romanzo, "Dall’aprile a shantih", che ha aperto a Praga una serie di presentazioni di autori esordienti organizzata dalla Società Dante Alighieri.
'Per il bene che ti voglio', uscito nel 2015 sempre per Erasmo, è il suo secondo romanzo.
 

Michele Cecchini, Per il bene che ti voglio, ISBN 9788898598380     €. 16,00 

Pubblicato sabato 4 luglio 2015

PAROLE CHIAVE: Narrativa, Recensioni