La maschera

di M.Carla Renzi

 Scendo le scale di corsa, faccio un cenno di saluto alla Portiera nella guardiola e schizzo oltre il portone schivando per un pelo un guinzaglio teso tra un cane e il suo padrone. Sarei potuta rotolare in terra forse schiacciando irrimediabilmente la maschera di cartapesta che ho in una busta, la mia maschera della Quiete che devo portare in Teatro per le prove.

 Aggiro il cane così velocemente che quello neppure si accorge di un estraneo intorno a lui.

  Io non so perché ma è sempre così, a casa mia: anche se ti alzi all’ora giusta, trovi inevitabilmente qualche impedimento che ti costringe, poi, ad avere fretta. Stavolta, mentre aspettavo il mio turno per il bagno, uno dei miei fratelli ha avuto la precedenza su di noi che stavamo facendo la fila. Ma Giacomo è il più piccolo e deve ancora andare a scuola, per cui il suo orario è il più importante di tutti. Insomma, alla fine, io sono stata l’ultima, anche perché comunque i miei tre fratelli sono tutti maschi e godono di privilegi naturali, dicono! Naturalmente io dissento, anche non silenziosamente, ma non serve a niente, non è mai servito a niente: sono in minoranza.

 Come dicevo, schivato il cane, ed anche la buca sul marciapiede che sta sempre lì in agguato, torno a correre e corro velocemente sulle mie scarpe dal tacco basso, pensando che è davvero tardi e che stavolta non me lo perdoneranno.  Sono talmente in ritardo che, prima di uscire, non ho neppure avuto un attimo per svegliarmi del tutto con il mio solito caffè. Non ho fatto in tempo a prenderlo.

 In due minuti devo arrivare al Capolinea del 35 barrato. Quegli autisti sono puntualissimi e chiudono le porte in un amen.

  Al centro della piazza vicina vedo due autobus fermi uno dietro l’altro.

 

 

 Sicuramente uno dei due è il mio. Invece no, man mano che mi avvicino, mi accorgo che sono  fortunata, oggi, perché sono  ben due i trentacinque barrati, anche se il primo è praticamente stracolmo.

  Evidentemente il traffico della città ha fatto sì che arrivassero quasi insieme, ma la gente in attesa sulla pensilina si è precipitata tutta a riempire il primo, per non dovere aspettare oltre. Io anche ho molta fretta: salgo su questo?

 Mi prende una sensazione come di  ovattamento. Che strano ! Non so che fare. Rallento.

 Mentre il passo mi si fa calmo e indolente, mi pare che l’autista del primo bus mi guardi in benevola attesa, con la mano già sul comando di marcia. Il motore è acceso e lui pare che dica: ”Dai, ti sto aspettando, datti una mossa e salta su”.

 Arrivo all’altezza degli specchietti retrovisori e guardo imbambolata dentro ai finestrini e alle porte aperte. Tutti i viaggiatori, pressati tra di loro, mi guardano anch’essi, con occhi assenti, in attesa dello scossone della partenza, pronti a tenere dure le mani sulle maniglie per non venir sbilanciati.

 Mi muovo al rallentatore, ho il respiro grosso e il cuore  batte forte con un rimbombo nelle orecchie.

Tutti che aspettano me ed io non so che fare. La massa mi respinge.

 Ogni secondo reale si allunga come fosse di gomma, e in ognuno dei  suoi decimi di secondo il piede ci mette un’eternità a spostarsi dal dietro al davanti della gamba. Altrettanto fanno i miei pensieri.

 Mi vedo proiettata sulla piattaforma di quel mezzo, tra le ascelle e le cosce e le mani ma anche le ginocchia e i piedi di quella gente, così come loro starebbero a contatto con le mie ascelle e le cosce e le mani ma anche le mie ginocchia e le mie estremità inferiori, tutti stretti nel caldo di fine giugno, con i finestrini chiusi e l’aria condizionata rotta, a ondeggiare tutti come un corpo solo ad ogni curva, ad ogni frenata, ad ogni buca nell’asfalto, sempre con una

mano che tiene stretto un sostegno e l’altra pronta a difendersi dai contatti eccessivi.

“Autista, si fermi, sta saltando una fermata!”. La voce stridula di un anziano con il bastone si alza sopra il rumore di voci  intrecciate e risatine di giovani in fondo all’autobus. Il mezzo si ferma poco più avanti. Chi è vicino alla porta cerca di farsi magro e scivoloso per creare il passaggio e intanto gode per un attimo dell’arietta che cerca di penetrare all’interno.

 Si riparte e tutti veniamo buttati all’indietro, al limite della caduta in massa che riusciamo ad evitare irrigidendo i muscoli del corpo e appoggiandoci a questo e a quello. Tutti sudati, qualcuno puzzolente, qualcuno zozzone che si struscia dove riesce, un tacco schiaccia un piede vicino: ”Stia attenta!”.

Telefonini che suonano con mille suonerie diverse, conversazioni a voce alta ed anche una lite in viva voce che ascoltiamo come alla radio, senza neanche poterla spegnere.

Dovrei fare lo sforzo di avanzare verso la porta centrale, ma invece sto ferma dove sono, riparata da un palo vicino alla parete.

Estraniata, li guardo tutti, compresa me.

Tutto si rarefà: i volti, i suoni, i colori dei vestiti ed anche il velo nero di un’araba che tiene in braccio un bambino. Come fa con quel caldo!

L’afa è proprio appiccicosa, sicuramente tra un po’ si alzerà un vento che riunirà sulle nostre teste le nuvole grigie che per ora se ne stanno sparpagliate un po’ dappertutto.  Vedrai, siccome a giugno nessuno ci pensa, quando il vento calerà di nuovo e dalle nubi si rovesceranno le secchiate d’acqua tipiche dei temporali estivi, verremo presi di sorpresa e ci bagneremo tutti, colpiti dai goccioloni violenti, mentre cercheremo riparo sotto i cornicioni o sotto le tende dei negozi. Chi si porta appresso l’ombrello con il caldo che fa? E poi ci manca pure l’ombrello nel pienone di un bus.

Ma lasciamo perdere, se pioverà si vedrà cosa fare. Intanto mi chiedo cosa fare adesso : cosa devo fare?

 Mi accorgo allora che sto guardando anche l’altro autobus, quello dietro al

 primo, ancora senza l’autista sceso a fumarsi una sigaretta e a prendere un caffè dal thermos di una collega. Beato lui !

Anche quello è quasi pieno, tutti i sedili occupati così come tutti i posti in piedi vicini ai sedili. Quelli sono i posti per un sicuro equilibrio.

Lo so, devo decidere in fretta. I secondi sono quasi finiti.

Ma su questo altro autobus, che dovrebbe partire dieci minuti dopo il primo, stanno salendo ancora altre persone:  non ci vuole molto per immaginare delle scene come quelle di prima, quando saremo in viaggio.

 Dieci minuti! E non posso neanche sedermi e leggere. Dieci minuti, più mezz’ora , anche quaranta minuti di percorso  frullato e centrifugato, sudato e maneggiato, con gli aliti ‘all’aglio’ ma anche ‘al mal di fegato’ da cui non ti puoi difendere. Praticamente un’ora di sofferenza.

I secondi sono finiti, come i metri tra un autobus e l’altro.

Ritrovo l’aderenza giusta al tempo che scorre via; esco dallo strano torpore che mi ha invaso e mi accorgo che  il primo autista non mi guarda più e, anzi, aziona la chiusura delle porte fischianti e si stacca dalla pensilina. Io rimango a terra.

Sono di fronte all’entrata dell’altro mezzo, e mentre sto per salire sui due gradini di accesso, un ragazzo mi dà una spallata e mi passa davanti di corsa. Perdo l’equilibrio, barcollo lateralmente fino a sbattere sulla fiancata, schiacciando, tra me e quella, la  maschera di cartapesta che tengo con un braccio: “Ehi, che modi!”. La mia protesta inutile non trova ascolto. Ma la botta mi schiarisce le idee.

 Tiro fuori la mia maschera dalla carta che la avvolge e vedo che non si è tanto rovinata; appena un po’ sul naso. Pensavo peggio. Per fortuna ha conservato intatto il suo bel sorriso sereno.

 Mi allontano dalla fermata ed entro nel bar più vicino. Ordino un caffè.  Ne ho proprio bisogno ! Devo ricominciare da capo, fare finta che la giornata sia iniziata qui, adesso, in questo bar.

 Con la tazzina in mano mi siedo a un tavolino sotto un gazebo e giro lo sguardo tutto intorno. In quell’istante un Vespino smarmittato mi passa a pochi centimetri con il forte rumore stridente, lacerato e lacerante che mi penetra profondamente nel cervello. Lo insulto e, con il gesto del braccio e della mano, gli indico il paese dove dovrebbe andare, secondo me. Proprio quello !

Mi appoggio affranta allo schienale della poltroncina e scuoto la testa. Mi sono lasciata prendere del tutto la mano: esci la mattina pieno di sogni, aspettative e prospettive e rientri la sera più nero di un pezzo di carbone in un giorno di eclisse totale.

 Non mi piace, non mi piace tutto ciò; vorrei essere altrove; dovrei almeno tentare di cambiare qualcosa in questa vita frenetica.

Sì, mi aspettano in Teatro, anche se ormai arriverò tardi.

 

Tiro fuori il Copione e lo appoggio davanti a me  ma non lo apro, piuttosto cerco di stirarlo lisciandolo con la mano, visto che mi si è un po’ spiegazzato nell’urto di prima.

Sorseggio il caffè, lo trovo buono e mi spalanca gli occhi su ciò che devo fare.  Ora lo so.    

 Metto di nuovo il Copione nella mia borsa e mi alzo.                               

 E’ l’unica: devo vivere il tempo in modo diverso.  

Indosso la quieta maschera di cartapesta e mi avvio a piedi, con tutta calma.

Pubblicato domenica 8 marzo 2015