Struttura, ricerca e documentazione nel thriller: "Il Puzzle di Dio" - Intervista a Laura Costantini e Loredana Falcone

di Carmine Monaco

“Il Puzzle di Dio”, di Laura Costantini e Loredana Falcone è un thriller davvero sorprendente sotto molti punti di vista. In quest’intervista non sveleremo nulla che possa indirizzare il lettore verso il finale, ma ci limiteremo allanalisi della struttura del romanzo, per individuare i punti fondamentali che determinano la sua capacità di trascinare il lettore in un mondo del tutto verosimile, grazie a una storia “autentica”, un soggetto convincente e un intreccio narrativo perfetto.

D. “Il Puzzle di Dio” è innanzi tutto un romanzo scritto in tandem da due donne. Ve lo chiedo da scrittore gelosissimo delle sue cose: come si fa a scrivere un romanzo a quattro mani? Qual è il livello di complicità necessaria per volere le stesse cose nell'arco di un processo così intimo come quello creativo?

Loredana: A forza di sentirci porre questa domanda sono arrivata alla conclusione che siamo veramente un caso raro. Quasi un fenomeno da baraccone (scherzo). Il problema è che il grado di complicità tra me e Laura è una cosa che non si può spiegare. Mi verrebbe più facile parlare del sentimento tra me e mio marito. O dell'amore incondizionato che nutro per i miei figli. Io e Laura abbiamo iniziato a scrivere insieme quasi quarant'anni fa. Una vita intera. Siamo partite dai banchi del quarto ginnasio, siamo cresciute insieme, abbiamo affrontato le difficoltà e le sfide della vita. Insieme. Non so se questo basti a condividere l'intimità dell'atto creativo. Quello che so è che nessuno riesce a capire. Di più, oserei, quasi nessuno ci crede. Sono convinta che la maggior parte dei nostri lettori pensino che in realtà ci sia una mente e un braccio. Una detta e l'altra scrive. Lo percepisco dalle domande fatte prendendoci da parte: dai, a me lo puoi dire, quel capitolo, quella frase, quel personaggio l'hai scritto te, vero? Sembra impossibile credere che due menti e quattro mani possano creare qualcosa con la magia della condivisione. Ebbene, tra noi due è così. Punto.

D.  Come e da dove nasce questa vostra idea del Puzzle di Dio?

Laura: Era il 2002. All'epoca lavoravo per la carta stampata e nella consueta e quotidiana rassegna stampa, mi capita sotto mano un articolo della Stampa a firma Anna Zafesova, corrispondente dalla Russia. Titolo: “La mappa del creatore”. Parlava di un misterioso mosaico composto di tessere colossali che riproducevano quella parte di mondo, una zona della Russia intorno Ufa, dove sono custodite le tessere, come doveva essere 120 milioni di anni fa. È scattata una scintilla. Ci serviva uno spunto come quello per dar corso a un progetto su una squadra di agenti italiani dediti alla ricerca del paranormale. Il puzzle nacque quel giorno.

D. Il solo talento narrativo non basta per scrivere una storia come questa, ma occorre una grande capacità di documentazione, di sintesi, di scelta delle fonti e dei materiali. Come si è svolto questo vostro lavoro?

Laura: Se la vita non ci avesse chiamate altrove, saremmo state delle ottime ricercatrici. Ci piace spulciare documenti e fonti, cercare spunti, scoprire notizie del passato.

Loredana: Il puzzle di Dio è stato un lavoro che ci ha impegnate per anni e ogni volta che pensavamo di avere tutto quello che ci serviva, trovavamo dell'altro. Ma intanto scrivevamo. Perché, sebbene avessimo chiara la scaletta dei fatti, le modifiche in corso d'opera sono state mille e una, e tutte determinate dai personaggi, da come evolvevano.

D. La vostra storia echeggia notizie, fatti, documenti, oggetti, leggende, storie “reali”, ma le trasforma in maniera perfetta in “materiale letterario”, facendo sì che il lettore finisca col credere che ciò che sta leggendo è non solo plausibile e verosimile, ma forse addirittura vero. Come si lavora su questi dettagli? Qual è il segreto del processo di affinamento del testo, nel vostro caso?

Loredana: Posso smontare le basi stesse di qualsiasi corso di scrittura creativa? Non esiste un metodo. Scrivere non ha niente a che spartire con le regole, i decaloghi, non si va mai dal punto “a” al punto “b”. È... sì, un'alchimia. Quando hai a che fare con una mole di dati come quella che abbiamo messo insieme noi, l'unica soluzione è decantare e lasciare che le dita vadano per la loro strada. Se hai appreso, quelle atmosfere, quei dettagli, quelle leggende affiorano con naturalezza, senza alcuno sforzo. Poi ricordo che noi siamo in due. E che a ogni seduta di scrittura, rileggiamo le ultime pagine, riflettiamo, cogliamo eventuali incongruenze. L'editor che ha curato la revisione del Puzzle ci ha riempite di complimenti per l'accuratezza della struttura, la rispondenza dei particolari, la congruenza delle caratteristiche dei personaggi.

D. Lintreccio narrativo de “Il puzzle di Dio” è talmente avvincente da far passare quasi in secondo piano le bellissime descrizioni dei paesaggi che si susseguono nel corso dei frenetici viaggi tra Roma, Nepal, Marocco e Torino. Quanti di questi posti avete effettivamente visitato?

Laura: Premesso che Emilio Salgari, e non solo lui, ha dimostrato che la fantasia è splendida e attenta viaggiatrice, io quei posti lì li ho visti e vissuti. Una vacanza di un mese in Nepal, ospite di una famiglia di nepalesi. Un periodo più breve in Marocco, con full immersion a Marrakech. Confesso, però, di non aver visitato Essaouira e di essermi documentata attraverso testimonianze di viaggio su Internet.

D. Oggi assistiamo, come nel vostro libro, allo scontro tra diverse concezioni dellumanità, tra la sete di conoscenza e quella di potere di singoli individui e di interi apparati degli Stati contrapposti, tra ansia di libertà e rinuncia al libero arbitrio esaminati come possibilità concrete, uno scontro che offre loccasione per dare libero sfogo agli istinti più bassi, come il tradimento e la vendetta, in un susseguirsi di colpi di scena. Qual è il messaggio che il vostro libro vuole dare?

Loredana: Diffido dei messaggi. Abbiamo attinto alla realtà che abbiamo sotto gli occhi e ai valori nei quali siamo cresciute. Abbiamo attinto ai sentimenti più alti che riusciamo a provare e agli istinti più bassi, che fortunatamente non ci appartengono nella misura in cui vengono esercitati da alcuni dei nostri personaggi. Ne esce un messaggio? Certo. Esce sempre, se una storia ha un valore. Tradire se stessi in nome di una mal riposta ansia di verità. Abdicare alla propria capacità di scelta per riscattare un senso di colpa inflitto dalla società. E poi l'apertura mentale. La voglia di superare i limiti. Una ricerca di percezioni più alte, di spiritualità lontane dal modello occidentale. Un percorso che, se alimentato dall'ambizione, può produrre risultati devastanti. Ci sono mille messaggi. Ma quello che sceglierei, se mi ponessi come lettrice del Puzzle, sarebbe quello che la razza umana ha sempre una chance, perché ha dentro una scintilla divina che nessun fanatismo, religioso o politico, può spegnere. Ce la possiamo fare. Sì.

D. Mentre gli uomini si ammazzano tra loro, senza riuscire a parlarsi e a mettersi insieme per arrivare a una soluzione, le donne, metafora del mondo e della storia, forniscono più efficaci chiavi interpretative del mistero: due profetesse, nellarco della loro evoluzione personale e umana, indicano delle possibilità, delle alternative alla catastrofe, alla fine inevitabile che sovrasta e minaccia lumanità. Le donne possono davvero aiutare gli uomini a superare le loro illusorie convinzioni di potenza e sogni di immortalità? Riusciranno a dare loro indicazioni e farli giungere ad una soluzione?

Laura: Mi piacerebbe poter rispondere com un netto sì. Ma non ne sono sicura. Posso limitarmi a sperarlo. E non è un caso se tra le due custodi dei segreti del Puzzle, solo una sia disposta ad accettare fino in fondo la missione, mentre l'altra cerca fino alla fine una via d'uscita. È un peso enorme quello che grava sulle donne, non solo quelle del nostro romanzo. Ci piace pensare che una donna al potere cambierebbe le cose. Poi la realtà ci riporta sulla nuda terra. L'ambizione, la sete di potere, l'egoismo sono pulsioni umane e quindi presenti anche nel genere femminile. La differenza può farla la capacità delle donne di empatizzare più facilmente con gli altri. È un portato della procreazione. Alle nostre due protagoniste viene chiesto molto, troppo. Così com’è stato fatto con tutte le donne che le hanno precedute in una catena di sacerdotesse. Forse gli uomini non avrebbero accettato. Forse non sarebbero stati in grado di votarsi al sacrificio delle proprie aspirazioni in nome di un obiettivo che travalica il singolo. Io spero che le donne siano capaci di quello sguardo d'insieme che consente di pensare al futuro in funzione di chi verrà.

Pubblicato martedì 24 febbraio 2015