VIAGGIO A CHARTRES

di Elisabetta Polatti

Nel centro
Rosseggia ardendo la pietra
Pulsa la fiamma sotto i miei passi
E pare s'affochi dentro la mente

Nel centro ristò a piedi scoperti
Sollevo il mio sguardo
E scorgo dall'alto uno squarcio di cielo.
 

 

5 luglio 2011

 

Ma cos'è quella forza che mi attira là,  che mi m’immerge dentro una realtà impalpabile facendomi evadere dalle prigioni del  pensiero proiettandomi dentro un'onda di emozioni ?

Sento la  fisicità trasformata dentro un flusso d'energia che spalanca corrispondenze , dinamismi e che mi fa muovere, come  calamitata,  verso qualcosa che c'è ma non appare agli occhi se pure aperti ,come se l’esistente assumesse  dimensioni diverse.

 Quando  lo sguardo  non si ferma sulla superficie ma si dilata e si incunea dentro il tempo, come dice Baudelaire,  si perviene ad una esperienza singolare e profonda ed è  questo che  ho provato  a Chartres, questo è il suo mistero …

La cattedrale di Chartres sorge su una collina elevata nel cuore del piccolo centro .La sua struttura s'impone leggera su tutto, armonica nella asimmetria apparente dei vuoti e dei pieni, è  una presenza ineludibile, un richiamo costante.

Il suo campanile, la sua guglia svettano nel cielo mutevole di aprile,   bucando  l'orizzonte, raccogliendo ,canalizzando energie che la sua anima di pietra   proietta intorno creando ,direi  un campo magnetico che ti stacca da ogni contesto .

Da lontano la scorsi nel  pomeriggio inoltrata e subito sorrisi ..poi, senza pensare, puntando gli occhi alla guglia di ovest ,diressi sicura i miei passi nell'ora più calma, quando il crepuscolo dirada ogni presenza. Ed eccola, ed  io ai suoi piedi, incantata- ..

Cammino  con lo sguardo dentro la pietra ,scrutando ora un dettaglio, ora gettando un abbraccio d’insieme  quasi a volerla bere tutta d'un fiato. Camminavo  ...e camminavo girandole attorno non so quante volte continuando  a percorrere il suo perimetro più volte. Non mi stancavo mai, quasi a voler imprimere  dentro me il solco antico delle sue fondamenta,  e poi elevare nel mio spirito, ad una ad una le sue  pareti, quasi che    la sua presenza si costruisse dentro di me.

E cosi ogni giorno dei tre giorni che mi separavano dal Lunedì dell'Angelo in cui l'avrei lasciata, ogni mattina ero lì, puntuale ad una promessa  tacita.

La selva di sculture di pietra pian piano si diradava  e un volto ,una  figura, una colonna,un fregio balzavano più vivi dentro il mio sguardo portandomi indietro ,staccandomi dal tempo che mi scorreva intorno, proiettandomi in  quell’arco arco di pietra innalzato sul mondo.

Ogni tanto, quasi a voler riprendere fiato , mi allontanavo nel perimetro intorno, percorrevo le stradine tranquille che discendono ripide il colle, gustavo la quiete raccolta, le case antiche, il lastricato di pietra delle strade che si dipartono a raggio dal cuore di Lei, della Signora di Chartres –

Il verde ovunque ,.il profumo dei fiori nei giardini curati, l'assenza di traffico, Il gironzolare  di alcuni passanti, le bancarelle dei rigattieri, i tranquilli caffè  ..mi distraevano un poco come  un sereno corollario ,un  inserto ,  una cornice profana a quel  centro possente di forza.

 .Ma poi, come se  il mio ago la  puntasse , sempre i miei passi volgevano  a Lei che, immobile   al centro della rosa dei venti  , catturava  ogni mia domanda guidando  i miei passi sui suoi fianchi,  sulle sue gradinate di pietra, a sud a nord, a ovest ,facendomi esplorare il sopra,il  sotto ed infine invitarmi ad entrare.

.Era il venerdì di Pasqua, la prima volta che varcai la soglia da nord…

Subito m’ avvolse  la penombra e iniziai a percorrerla tutta . Un certo disorientamento mi prese, non riuscivo a visualizzarne la pianta: l’intrico di colonne,la penombra mi toglievano ogni riferimento, non capivo se mi trovavo a nord, ad est o ad ovest..tanto era complesso quel vuoto pieno in cui mi ritrovavo . Mi sembrava di brancolare. Nella semi oscurità ..percepivo solo i singoli dettagli, i frammenti di quel tutto che pian piano, ad ogni nuovo mio giro esplorativo, prendevano un posto, una collocazione  nella mia mappa mentale. Ma mi sfuggiva l’insieme  per questo continuassi  a camminare con gli occhi dentro ogni dettaglio.

Ogni tanto,quasi  a raccogliere tutto il molteplice in me, mi mettevo a sedere., lo sguardo vagava , ora non vedeva che l’alto, il vuoto dove la mia anima quasi galleggiava. Trascorse non so quanto tempo  poi  cercai il mio compagno di viaggio ma  non lo trovai., lì dentro ognuno viaggia da solo ed è fuori  dal tempo.

Mi riscossi ed uscii richiamata alla realtà da questa mancanza.

Era la  mattina, il Sabato  Santo quando entrai di nuovo dal portale nord.....

Vagavo  nella selva dei pilastri delle tre navate ...immerse  nell'ombra, quando ancora i rosoni tacciono e il silenzio t'avvolge nel canti di un'ombra che tace-

Sostai sedendomi su una panca ad aspettare non so, forse me stessa, mentre uno sparuto gruppetto officiava nella navata laterale, in cui avevo trovato posto, se pure  un poco discosta, l’ufficio delle tenebre.

 I  canti gregoriani  si disperdevano sfumando nel vuoto ,salivano, ritornavano,ovattando l’ombra con l’eco di  una lingua lontana…

Non afferravo altro che quel senso raccolto di veglia ,di fiduciosa attesa..

Ritornai, ormai catturata, di prima mattina nel giorno di Pasqua.

Tenevo il mio cane in braccio e mi sedetti su una sedia impagliata nella navata nord dietro le poche fila di panche occupate da una trentina di persone..

Cullata dai canti della messa mattutina  in gregoriano, osservavo il rosone di fronte orlarsi pian piano di luce. Di sbieco intravvedevo l’altare maggiore  soprastato dalla volta stellata e rischiarato di lato dalle vetrate istoriate.

Tutto era in penombra poi,  pian piano, i   primi raggi di sole che saliva  da est colpirono  i vetri ancor muti  E fu  meraviglia il vederli  accendersi   piano del rosso, dello smeraldo, del blu cobalto e infine incendiarsi esplodendo   nell'oro del rosone di fronte ..

La luce   inesorabile inghiottiva  l’ombra,e  il freddo lasciava  le colonne .E così  il mio  corpo prima  raccolto, ora  si distendeva  al  riflesso  acceso dalla luce dell’ est ,dentro me  ogni mia fibra splendeva iridata.

Sabe

 

 

Pubblicato giovedì 29 maggio 2014

PAROLE CHIAVE: Architettura, Letteratura, Poesie, Premio letterario