Un antidoto contro la solitudine - David Foster Wallace

di Carmine Monaco

È opinione diffusa che il giovane David Foster Wallace si ispirasse, o addirittura "scimmiottasse" Pynchon e Barth, soprattutto in riferimento al racconto Perso nella casa stregata, di John Barth, cui DFW si è ispirato per scrivere il suo romanzo Verso occidente l'impero dirige il suo corso (edito in Italia da minimum fax, 2001 - 2012). Opinione diffusa soprattutto tra coloro che forse hanno letto male, o forse poco o nulla di Pynchon, Barth e tantomento Wallace.

Senza nulla togliere alla grandezza di John Barth, vi invito a leggere sia il racconto Perso nella casa stregata (che trovate nella raccolta La vita è un'altra storia, J. Barth, 2010 ed. minimum fax), sia il romanzo di Wallace Verso occidente..., per rendervi conto che DFW si è ispirato, certo, a quel racconto, ma il suo romanzo è qualcosa di totalmente diverso dal testo di Barth. Laddove il racconto barthiano è una metafiction basata sull'espediente di far entrare, spesso a gamba tesa, il commento vivo dello scrittore in vari punti della narrazione, permettendo alla "realtà" di irrompere nella (e interrompere la) "fiction", quello di Wallace è un erudito romanzo metafisico, intriso di una profonda ironia, dove avviene esattamente l'opposto: la metafisica visione della vita e della realtà dello scrittore sembra immergersi, sprofondare nel testo, tessere legami intratestuali quasi impercettibili tanto sono integrati nella narrazione e mutare la struttura stessa del romanzo, così come l'acqua si colora di blu o di rosso se vi si mescolano dei reagenti chimici, oppure se si fa pipì in piscina (non provateci! C'è chi non prende la cosa con umorismo).

Qui DFW risponde a Hugh Kennedy e Geoffrey Polk nell'intervista In cerca di una «guardia» a cui fare da «avanguardia», realizzata nel 1993 e contenuta in Un antidoto contro la solitudine, e rende meglio l'idea di tante inutili parole.  

«Non so voi, ma io ho cominciato a scrivere narrativa solo a ventun anni, e all’inizio tutti dobbiamo necessariamente scrivere una certa quantità di puttanate, e le mie puttanate erano, in buona sostanza, saggi sotto mentite spoglie. Erano una specie di Ayn Rand rifatta molto male, qualcosa del genere. All’università ho studiato matematica e filosofia. Non ero uno scrittore, quindi c’entra molto il fatto che La scopa del sistema, nella sua prima stesura, sia stata una delle mie due tesi di laurea. L’altra era una cosa complicatissima di matematica e semantica che pescava da Wittgenstein a piene mani. E questi due testi continuavano a contaminarsi fra loro: la tesi di matematica, per dire, era scritta in tono discorsivo, come in teoria non si dovrebbe fare. Insomma, c’era un continuo interscambio fra le due cose. L’altro fattore è che mio padre è un filosofo di professione, è stato allievo dell’ultimo allievo di Wittgenstein, Norman Malcolm, che ha anche scritto la sua biografia. Tante parti della Scopa del sistema sono stranamente autobiografiche, per aspetti che, a parte me, nessuno può capire. Per dire, il titolo viene dal modo in cui mia madre chiama la crusca. Lei chiama la crusca e le fibre "la scopa del sistema". Mi pare che a un certo punto nel libro ci sia un’allusione en passant a questo fatto.»

Dalla sua morte, molti hanno reinterpretato la scrittura di DFW alla luce, o all'ombra, del suo suicidio ma, come fa notare un altro critico, è lui stesso che fornisce una chiave di lettura più adatta, nella recensione a una biografia di Borges dove suggerisce: «Non leggete uno scrittore a partire dai suoi traumi. Leggetelo per quello che è». Bene, Wallace è un metafisico postmoderno erudito, ironico, narratore ineguagliabile sotto numerosi punti di vista, dotato di strumenti culturali inarrivabili per, e in qualche caso incomprensibili a, un'alta percentuale di lettori (e ad alcuni critici). Ciò nonostante è capace di trasmettere emozioni fortissime e rendere viva, ironica e godibile la sua erudizione persino quando narra il dolore più profondo e disperato. La sua è una visione lucida, che non fa sconti a nessuno, neppure a se stesso, dalla quale traspare però un amore concreto, reale e sincero per la scrittura e per la cultura.

Un amore che emerge chiaramente dalle interviste e dalle conversazioni con David Foster Wallace contenute in Un antidoto contro la solitudine, un libro che avvicina ancora di più gli appassionati di DFW al loro idolo. Perché è innegabile che DFW per molti lettori sia proprio questo: un idolo.   

 

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Un antidoto contro la solitudine

Interviste e conversazioni

La brillante originalità dello stile, e soprattutto la capacità di raccontare in maniera commovente e acuta le contraddizioni del nostro tempo hanno fatto di David Foster Wallace uno scrittore ammirato dai critici e amatissimo dai lettori. Benché la sua morte abbia tragicamente posto fine alla sua produzione letteraria, questa raccolta di interviste e conversazioni che ne ripercorre l’intera carriera ci permette di ascoltarne ancora una volta la voce. Dialogando di volta in volta con critici letterari, giovani editor o altri scrittori, Wallace racconta e analizza spassionatamente le proprie opere, espone le sue idee sulla scrittura e la letteratura, si lascia andare a commenti sulla società e la cultura americana e occidentale in genere; ne esce il ritratto di un intellettuale curioso e appassionato, lucidamente critico rispetto a se stesso e alla realtà contemporanea ma anche animato da un autentico amore per il suo lavoro e da una straordinaria generosità verso il lettore.

 

Titolo Originale
Conversations with David Foster Wallace

Traduzione
Sara Antonelli, Francesco Pacifico, Martina Testa

Curatore
Stephen J. Burn

ISBN
978-88-7521-518-7

Pagine
292

Pubblicazione
settembre 2013