Discorso sul colonialismo. Per interrogarsi sulla negritudine. - Aimé Césaire

di Fabrizio Venturini

Non appartengo a nessuna nazionalità prevista dalle cancellerie

Aimé Césaire, Cahier d'un retour au pays natal.

 

 

Oramai siamo grandicelli; abbiamo più di 150 anni, è il caso di farcela qualche domanda su come siamo fatti, perché tanto, siam sempre lì, qualsiasi problema, criticità politica e sociale, alla fine è ricoducibile ad una questione di ignoranza.

Un buon punto da cui partire è questo libro, il "Discorso sul colonialismo" pronunciato nel '55 da Aimé Céisaire, che senza entrare troppo nel merito è il papà di quello che per i tempi, in Francia, era considerato un neologismo, che oggi è entrato a pieno titolo nell'uso della sociologia accademica e che da noi, però, sembra ancora sconosciuto: la negritudine.

Il "discorso sulla negritudine", da cui nasce la definizione del termine, è contenute, in appendice, in questo testo finalmente tradotto in italiano e pubblicato da Ombre Corte ma, prima di passare al corpo vero e proprio del saggio - ovvero la riflessione sul colonialismo e su tutto ciò che ha generato - io ve lo vorrei sintetizzare. Perché la negritudine è una parola che ci riguarda direttamente, è quel concetto potente che fa dire al Ministro Kyenge di essere fiera di essere nera, in quanto, grazie alla negritudine, essendo neri, si è, al di là di qualsiasi inquadramento sociale in cui ci si trovi. E questa è una grande conquista la cui portata si può pienamente comprendere solo partendo dall'esperienza coloniale, che ci riguarda, non solo per gli effetti, ma in quanto scaturì drammaticamente da noi.

 

 

Può il colonialismo essere inteso come mezzo d'incontro tra culture?

Questa la domanda che si pone – in maniera assolutamente retorica – Aimé Césaire nel suo breve saggio e la risposta che dà è lapidaria.

Per Césaire - scrittore e politico martinicano, nonché padre del controverso neologismo “négritude” - l'avventura coloniale mondiale, altro non è stato che un processo di disumanizzazione che ha investito tanto i colonizzati quanto i colonizzatori: certamente più del popolo francese, quello algerino ha scontato le brutalità della guerra dei “pieds-noirs” ma nondimeno si son avvelenati l'anima quei soldati che, al comando del Conte d'Herrison, si sono abbeverati alla “damigiana piena di coppie d'orecchie staccate ai prigionieri, amici o nemici” e tanto i soldati francesi, quanto quelli senegalesi si son smarriti nella rossa nebbia che si alzò, il 30 agosto del 1897, dai corpi martoriati dei cittadini di Ménabé, in Madagascar.

Da chi gli oppone i progressi scientifici, civici, culturali, l'autore si cautela dicendo che la media non vale gli estremi, come nel caso dell'allungamento della vita, molto relativa se misurata sui battaglioni di bambini soldato, richiamati alle armi da tam-tam occidentali per combattere guerre che non capivano, che non potevano capire nonostante la costruzione di quelle “école coloniale” che insegnavano, prima di tutto, la resa e l'annichilimento.

 

Ripensare oggi l'esperienza coloniale è necessario per capire come nazioni dal potenziale utile a recitare un ruolo da protagonista sul palcoscenico economico mondiale, son costrette ad accontentarsi di parti comprimarie, spesso da semplici comparse, nella recita politica universale e di come i loro popoli, sono ancora oggi ridotti ad affamati spettatori e poco più. Il “discorso sul colonialismo” di Césaire sconta una certa parzialità, ma è un ottimo incipit per la tragedia di cui sopra.