AMA E FAI CIO' CHE VUOI

di Silvia Devitofrancesco

 

Ama e fai ciò che vuoi. Se taci, taci per amore. Se parli, parla per amore. Se correggi, correggi per amore. Se perdoni, perdona per amore.” Queste parole di S. Agostino le adoravo. Le scrivevo ovunque e ogni volta che le leggevo, mi facevano sentire meglio. “Amor vincit omnia” si suole dire. L’amore è una forza che muove il mondo, è l’arma per sconfiggere il male, è l’essenza dell’individuo. Io l’amore l’avevo incontrato. Da diversi anni avevo una storia con un ragazzo stupendo che adoravo e che mi adorava, che mi capiva con un solo sguardo, che era pronto ad abbracciarmi ogniqualvolta ne avessi avuto bisogno. Il mio principe azzurro. Lui incarnava il prototipo della mia immagine d'amore idealizzata: il ragazzo forte, deciso, caparbio, che fà di tutto per conquistare la sua donna, bello, intelligente e, perchè no, anche benestante!L’unico uomo per il quale avrei indossato l’abito bianco e l’unico uomo per il quale ero pronta un giorno ad abbandonare il mio lavoro da scrittrice. Lui non me l’aveva mai chiesto, anzi, gli faceva piacere avere una relazione con una donna “diversa”… Scrivevo da quando ero bambina e, un giorno, fu proprio lui a spingermi a far conoscere al mondo il mio romanzo e io, quasi per gioco, lo feci. Il mio romanzo dal titolo “Una ragazza come tante…” ebbe successo e lui era felice ed emozionato per me: “La mia scrittrice preferita! Sai che sono geloso quando la gente ti sta attorno?” Era un pretesto per inscenare una pseudo litigata e per finire sul letto, abbracciati. La mia vita sembrava essere la perfezione, ma, si sa,  anche nelle migliori favole arrivano le prove da superare e quella che mi attendeva era parecchio difficile. Io ero stata adottata. Quando i miei genitori me lo dissero avevo solo quattordici anni e non la presi bene, mi sembrava che tutto ciò in cui credevo si fosse dissolto come una bolla di sapone. Chiamavo mamma una donna che non mi aveva portato in grembo e chiamavo papà un uomo che non mi aveva generata. I miei nonni non erano i miei veri nonni e i miei cugini non avevano il mio stesso sangue. Nonostante tutto, l’affetto che nutrivo per loro non era cambiato. Mi avevano accolta quando ero solo un batuffolo ed io ero riconoscente di questo.  Tuttavia il destino aveva deciso altro per me.

La mia carriera di scrittrice che procedeva a gonfie vele, si era unita con quella di un’altra scrittrice, un’altra donna. Iniziammo un lavoro di collaborazione letteraria e fu lei a volermi, poiché era rimasta affascinata dal mio modo di scrivere e di essere. La incontrai. La guardavo con rispetto e ammirazione. Era una donna che era riuscita ad essere esattamente come io speravo, un giorno, di divenire. Sicura di sé, perfettamente a suo agio nelle vesti di scrittrice. Lei mi guardava con occhi affettuosi e, col tempo, divenni la sua pupilla, la sua prediletta. Mi ripeteva spesso queste parole: “Io ti ammiro tesoro, perché hai tanto entusiasmo, perché sei innamorata di quello che fai, perché vorresti cambiare il mondo… hai chi ti ama?” Io arrossii e le risposi: “Sì, ho una meravigliosa famiglia e un ragazzo adorabile.” Lei sorrise: “Sono felice per te, ti meriti tutto questo amore. La vita con te è stata generosa.” All’inizio non capii il senso nascosto dietro queste parole apparentemente innocue, sò solo che quando me ne andai la vidi piangere. Il mio ragazzo mi persuadeva ad interrompere questa collaborazione e, ogni volta, si finiva per litigare: “Quella donna ti farà del male.” “Chi sei tu per dirlo? Lasciami libera.” Tornavo da lei e lì con lei stavo benissimo. Mi sembrava di entrare in un’altra dimensione. Un giorno le parlai di un desiderio nascosto e del quale non ne avevo parlato a nessuno: “ Sai Gemma – così si chiamava questa scrittrice – vorrei tanto ritrovare mia madre naturale per dirle in faccia tutto quello che penso di lei e per chiederle cosa l'abbia spinta ad abbandonarmi.” La sua espressione mutò, ma riuscì a fingere abbastanza bene: “No Valeria, lascia perdere ti faresti solo del male… goditi tutto quello che la vita ti ha dato e ti darà. Non cercare il passato.” Rimasi turbata. Era diventata un’altra persona. Decisi di non indagare oltre…

Intanto ricevetti un premio letterario ed ero la ragazza più felice del mondo. Abbracciai mamma e papà sussurrando loro: “Vi voglio bene.” Quando tornai a casa mi resi conto che Gemma non mi aveva chiamata eppure era impossibile che non l’avesse saputo! Decisi di chiamarla, ma, stranamente, il suo cellulare era spento. Non ci pensai e festeggiai con il mio ragazzo che, in quell’occasione, mi fece la tanto sognata proposta di matrimonio. Me la fece come nelle favole. Mi portò al mare, si inginocchiò e davanti ai miei occhi si aprì la scatolina contenente un meraviglioso solitario. Tornai a casa col cuore che mi batteva all’impazzata. Avrei voluto urlare al mondo la mia felicità, ma, la voce di mia madre mi fece tornare alla realtà: “Valeria, ha telefonato Gemma. Ti aspetta a casa sua. Deve darti una cosa.” Che strano, perché non aveva chiamato direttamente me al cellulare? Lo estrassi dalla borsa. Era acceso e nessuna chiamata persa.

“Valeria non andare da quella Gemma. Su… ormai sei brava non hai più bisogno dei suoi suggerimenti!” mi ripetè il mio ragazzo fino a quando non entrai nel portone di Gemma. Salutai la signora della portineria e salii le scale fino al secondo piano. La porta di casa era accostata. Entrai e: “Gemma posso? Sono Valeria!” nessuna risposta. Richiusi la porta alla mie spalle e mi avviai verso il salone: “Gemma ci sei?” Seduto al divano c’era il marito di Gemma: “Gemma sta poco bene, mi ha detto di darti queste.” E mi passò un plico di lettere annodate con un nastro di raso rosa. Il nastro rosa che si usa per  avvolgere i tulli dei confetti della nascita delle bambine. “ Le posso portar via?” “Devi e devi anche leggerle attentamente.” “Va bene allora quando finisco di leggerle, le restituisco.” Non mi rispose. Misi le lettere in borsa e scesi. Il mio ragazzo mi aspettava in macchina. “Già finito?” sembrava molto allegro. “Sì il marito di Gemma mi ha dato delle lettere da leggere. Le leggerò più tardi ora pensiamo solo a noi due!”

Arrivai a casa, mi diressi in camera, mi sedetti sul letto e sciolsi il fiocco. Erano tante lettere chiuse in tante buste colorate e indirizzate ad una certa Valeria. Mi sentii rabbrividire. Decisi di aprire la busta: “Cara figlia mia, oggi sei venuta al mondo e io ho scelto di rinunciare a te. Ho scelto di affidarti ad un’altra famiglia affinché tu abbia una vita migliore… un destino più roseo di quello che è toccato a me. Ho sentito il tuo vagito di vita e conserverò questo ricordo per sempre. Quando morirò, avrò davanti ai miei occhi che si staranno per chiudere per sempre, l’immagine di questo meraviglioso momento. Sii felice Valeria. Tua mamma.” Lanciai un urlo disperato e mia madre corse da me. “Ecco perché mi dicevate di lasciar stare – gridai – lei era mia madre, vi odio tutti!” Afferrai la seconda busta e la aprii strappandola:”Cara figlia mia, la tua mamma adottiva ha accettato di scrivermi. Ho saputo che stai crescendo, hai già cinque anni! Sei bellissima ne sono convinta. Chissà se un giorno potremo incontrarci. Solo la vita o il Signore potrà deciderlo. Ti adoro piccola. La tua mamma.” Le lacrime scendevano dai miei occhi e bagnavano i fogli. Terza lettera: “Cara figlia mia, ho saputo che sei arrivata alla scuola media. Ti piace scrivere. Oddio hai preso da me! Sei simile alla tua mamma! Tu non lo sai chi è la tua mamma, magari hai letto anche qualche mio romanzo e apprezzi la mia scrittura! Sei la mia musa ispiratrice, sei la mia essenza, sei un pezzo di cuore che ho volutamente staccato. Non so se riuscirò mai a perdonarmi e, soprattutto, se tu riuscirai mai a perdonarmi. Sii felice. La tua mamma.” Mi sembrava tutto così assurdo e irreale. Altra busta: “ Cara figlia mia, oggi diventi maggiorenne. Non ci posso credere, sono passati già diciotto anni dalla tua nascita. Ormai sei una donna. Sarai uno splendore, chissà se somigli a me con il mio carattere dolce e inquieto allo stesso tempo. Vorrei farti un augurio speciale: divertiti, ama, corri, gioca, ridi, piangi, ma, resta sempre te stessa. Non seguire le mode e combatti per i tuoi sogni. Ami scrivere? E allora scrivi tesoro e chissà se un giorno sarà proprio la scrittura a farci incontrare. Ti prometto che non ti turberò e che non avrò pretese su di te, non ti farò da madre, poiché tu una madre già ce l’hai. Auguroni ti voglio bene. La tua mamma.”  Ultima lettera: “Cara figlia mia, oggi mi hai fatta piangere. Mi hai confidato, come si confida ad un’amica, il tuo desiderio più grande: conoscere la donna che ti ha generata. Ecco avevi tua madre a pochi centimetri da te. Hai i miei stessi occhi e mi assomigli anche nel carattere. Mi hai detto che avresti  voluto chiederle perché ti ha abbandonata. Ecco, ti ho abbandonata perché avevo paura di affrontare le dure critiche della società. Ho sbagliato e morirò con questo rimpianto. È un peccato che, in confessione, chiedo che non venga assolto. È un male che convive con me, che convive in me. Voglio stare male, voglio piangere e disperarmi, poiché me lo merito. Ho deciso che tu legga queste lettere. So che, probabilmente, non ci rivedremo mai più, il dolore sarà così forte che preferirai evitarmi e io ti capisco. Ti chiedo solo una cosa: non lasciare mai la scrittura. La tua mamma.” Richiusi le lettere, le riannodai e mi lasciai andare ad un pianto disperato. Non riuscivo a guardare negli occhi i miei genitori e non volevo cercare di giustificare e comprendere la mia vera madre. Cosa fare? Ignorare e continuare sulla mia strada o risponderle?

Trascorsi diversi giorni in questo stato di limbo. Non mangiavo, non uscivo, ero un vegetale. Davanti ai miei occhi era sempre fissa l’immagine di Gemma. Dopo una settimana uscii di casa e andai in spiaggia. Stare lì sola,seduta sulla sabbia mi faceva capire molte cose. Il mare mi dava ispirazione per i miei romanzi e dal mare avrei ottenuto la mia risposta. Le onde si infrangevano sulla sabbia e il vento mi scompigliava i capelli. Poco più là una mamma giocava con la sua bimba. Questa immagine mi faceva male. Gemma, mia madre, la scrittrice che tanto adoravo aveva sbagliato, ma io potevo ancora fare qualcosa e così scrissi: “Cara Gemma, ti scrivo questa lettere seduta in riva al mare, davanti al mio migliore amico. E’ tutto così difficile e non so nemmeno io da dove incominciare. Vorrei tanto che questa qui fosse la pagina di un romanzo, ma, purtroppo, è la realtà. Ti odio? Non lo so. Ti voglio bene? Non lo so nemmeno. So solamente che mi sento tradita. Sì, tradita da un’amica che poi ho scoperto essere mia madre e tradita dalla mia madre adottiva che non mi ha rivelato tutta la verità. Voi due siete simili: avete agito per proteggermi e io ve ne sarò sempre grata. Quando ho saputo di essere stata adottata, cercavo di immaginare che volto avesse la mia vera madre, come vivesse, come affrontasse la vita, in che modo provasse emozioni e, ogni sera,  quando chiudevo gli occhi, la vedevo seduta in poltrona (di spalle) sussurrare il mio nome. Vedi, Gemma, tu mi hai seguita da lontano. Non conoscevi il mio volto, non immaginavi di che colore avessi gli occhi o i capelli. Come hai fatto quel giorno a firmare le carte per l’adozione? Dove l’hai trovata quella forza?Rinunciare a me, a tua figlia, per la gente. Noi non abbiamo mai giocato assieme, non sai niente di me, non ti ho mai raccontato niente di me, come puoi dirmi ti voglio bene? Gemma non ti capisco. Non riesco a perdonarti, scusami. Fa male, ti garantisco che fa tanto male. Tu mi chiedi di amare e tu hai amato? Hai amato l’uomo che è mio padre (chi è mio padre?) e me non sei riuscita ad amarmi. Non interrompo il rapporto che ho instaurato con te, perché nonostante tutto, un minimo di affetto per te è rimasto ancora nel mio cuore. Allora ti chiedo: ti và di recuperare il tempo perduto?”

Una volta a casa: “Dove vai?” mi chiese il mio ragazzo. “Da Gemma.” “Ancora? Non ti basta tutte le lacrime che ti ha fatto versare?” “Devo capire.” “Allora scordati di me. Addio Valeria.”

Anche lui aveva preferito abbandonarmi. Anche lui aveva preferito fuggire. Corsi come una pazza furiosa da Gemma. Era il suo compleanno. Non appena mi vide gli occhi le si illuminarono e, poco dopo, si spensero. “Ecco la mia risposta, Gemma.” Le diedi la lettera e mi allontanai. Scesi le scale e mi sedetti in portineria. “Dai mamma scendi, ti prego, fallo! Scendi quelle maledette scale!” Chiusi gli occhi. Li riaprii e una mano mi accarezzava il viso. Una donna mi prese tra le sue braccia. “Ora posso morire in pace.” “No! Abbiamo tante cose da dirci Gemma!” “Spero solo di averne il tempo figlia mia. Oddio come sei bella. Smettila di piangere.” Scoprii che mia madre stava morendo. Un tumore la stava divorando. Due mesi dopo si spense. Io ero in ospedale con lei. Le tenni la mano fino all’ultimo quasi per accompagnarla verso la vita eterna. “Ti voglio bene mamma!” le sussurrai. Lei ritrovò parte dell’energia vitale: “Ripetilo per favore!” “Ti voglio bene mamma!” Un sorriso, una lacrima e Gemma non era più tra noi. Era morta serena. Era morta con il suo peccato finalmente redento. Era morta avendo vicino sua figlia che la chiamava mamma.

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Tre mesi dopo. “Alla memoria di Gemma. Mia madre.” Il titolo del romanzo che scrissi a tempi di record dedicato a lei. Stavo per pubblicarlo e sentivo che lei era felice. Il mio ragazzo tornò. Mi abbracciò forte e mi disse: “Ti amo perché sei coraggiosa. Perdonami, non ti lascerò più!” e le nostre labbra si unirono. 

Pubblicato sabato 10 novembre 2012

Questa opera ha partecipato al seguente Concorso:
Classifica finale del Concorso letterario internazionale "Love.jpg - Immagini d'amore"

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